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STRAMPELLI E IL PRIMO CENTENARIO DELLA SUA OPERA

GIAN TOMMASO SCARASCIA MUGNOZZA
ACCADEMIA NAZIONALE DELLE SCIENZE, DETTA DEI XL


Non c’è storia del miglioramento genetico vegetale in Italia, scritta da italiani o da stranieri, che non attribuisca al Sen. prof. Nazareno Strampelli il ruolo di massimo protagonista, superiore ad ogni altro italiano. Tutti gli hanno riconosciuto che fu capace di ottenere nella prima metà del secolo XX un eccezionale progresso della produzione cerealicola italiana.
La imponente serie di varietà elette selezionate da Strampelli consentì allora all’Italia di raggiungere l’autosufficienza granaria, passando da una produzione media annua, nel quadriennio 1910-13, di 49 milioni di quintali (media per ettaro: 10,4 q) ai 70 milioni per anno, con una media unitaria di 14,2 q, nel quadriennio 1930-33. Ma le varietà di Strampelli, come sottolineato da Vavilov, si diffusero anche in altri continenti, dall’Europa all’America meridionale alla Cina e sono state impiegate come materiale parentale in molti programmi di incrocio; talché ancor oggi è possibile ritrovare varietà di Strampelli nella genealogia di molti dei grani coltivati nel mondo.
Strampelli raggiunse questi traguardi grazie ad un programma, credo il maggiore per quei tempi, da lui con lungimiranza e chiarezza di idee impostato sia nelle metodologie tecnico-scientifiche che negli obiettivi produttivi ed economici, ed attuato con un progressivo ma calibrato crescendo dei coadiutori, dei mezzi, degli interventi e delle dimensioni. I principali elementi innovativi del modello Strampelli furono: gli incroci tra varietà anche geneticamente “distanti” di frumento; l’ibridazione con specie - anche selvatiche - della famiglia delle Triticinae; l’altissimo numero (oltre ottocento) di combinazioni di incrocio e di reincrocio; la selezione di oltre ottocentomila tipi per numerosi caratteri morfologici, fisiologici ed agronomici, connessi alla produttività, all’adattamento, alla resistenza a cause avverse, alla qualità ecc.; la maglia di campi sperimentali e la rete di stazioni fitotecniche in numerose aree agroecologiche dell’Italia, peninsulare e insulare; il controllo della produzione delle sementi selezionate e la organizzazione e promozione delle strutture di moltiplicazione, certificazione e distribuzione delle sementi, ecc. E non meno determinanti sono stati il senso di squadra, l’entusiasmo, la coesione, lo spirito di servizio che il Suo esempio - severo ma benevolo - infondeva nei Suoi collaboratori, come da alcuni di questi testimoniato. Era perciò doveroso per gli italiani epigoni di Strampelli far constatare alla comunità internazionale dei genetisti agrari non soltanto il lavoro ed i risultati di Strampelli, ma anche le indiscutibili somiglianze, p.e. nel ricorso a grani giapponesi senza pregi quali-quantitativi, tra i programmi di Strampelli e le strategie di quella straordinaria manovra, detta “rivoluzione verde”, da N.E. Borlaugh negli anni Cinquanta e Sessanta perseguita tenacemente, nella Rockefeller Foundation e poi nel Cimmyt, per il miglioramento genetico del frumento tenero e di altri cereali.
Non so se Borlaugh, patologo vegetale di formazione, conoscesse l’opera di Strampelli. Certo è che, sebbene a distanza di decenni (periodi che - nel susseguirsi delle scoperte e delle applicazioni della genetica nel breve corso di solo un secolo - costituiscono vere fasi epocali), ambedue hanno saputo concepire progetti maestosi, pilotandoli con volontà, carattere e carisma. E tutti e due hanno sostanzialmente raggiunto lo scopo, seppur operando in differenti condizioni d’ambiente sociale, culturale, economico; con problemi più circoscritti a livello nazionale nel caso di Strampelli, ed invece in dimensioni ormai internazionali per Borlaugh. Infatti, Strampelli ha dato il maggior contributo all’autosufficienza di una derrata - il grano - fondamentale per un popolo mediterraneo; mentre Borlaugh ha dimostrato la possibilità di rompere il nodo perverso della fame di tante popolazioni di regioni economicamente arretrate, conseguendo reali incrementi delle produzioni di cereali, essenziali per l’alimentazione umana.
A un secolo di distanza dall’avvio di un rilevante processo di trasferimento dei risultati della ricerca e della sperimentazione alle imprese del sistema agroalimentare (aziende agricole, società sementiere, industrie alimentari), anche con colossali ricadute sul piano economico e sociale, sarebbe istruttivo, con riferimento all’odierna realtà del nostro Paese, esaminare questo caso esemplare di rapporto tra il binomio scienza-tecnologia e le politiche della scienza e dell’innovazione. Non è certo questo il luogo di una simile indagine, molto complessa per diversi aspetti tra i quali: l’indispensabilità della conoscenza scientifica e dell’innovazione tecnologica per il progresso produttivo ed economico, l’imprescindibilità della formazione e della qualificazione di ricercatori e tecnici, le difficoltà della scelta delle priorità, l’istituzione ed il mantenimento di centri e parchi scientifici, la collaborazione pubblico-privato, l’entità e continuità dei finanziamenti e la valutazione dei risultati, la necessità di un’informazione corretta e non frammentaria e caotica, il rapporto della scienza con l’opinione pubblica e con il consumatore, la sicurezza d’uso delle innovazioni, la congiunzione tra scienza e società, i rischi di sfruttamento delle innovazioni e della strumentalizzazione da parte di assetti industriali e di soggetti politici, ecc.
In questa sede, però, ritengo almeno di dover rilevare l’improprietà della qualificazione del lavoro di Strampelli come frutto dovuto a scelte della politica allora dominante, come può apparire dalla definizione “battaglia del grano”, consona allo stile dell’epoca in quanto lanciata nel 1925.
In realtà, il lavoro di Strampelli si avvia, si sviluppa ed ottiene risultati fondamentali nei primi venti, venticinque anni del secolo. Queste sono infatti le tappe: 1900: i primi incroci “NoèxRieti” eseguiti da Strampelli all’Università di Camerino; 1902: Cattedra sperimentale di granicoltura (del Ministero Agricoltura) a Rieti; 1907: trasformazione della Cattedra, per legge del Parlamento, in Regia Stazione sperimentale di Granicoltura; 1914: rilascio della prima varietà “Carlotta Strampelli”; 1919: fondazione (legge 9.6.1919) dell’Istituto Nazionale di Genetica per la Cerealicoltura; 1923: “Mostra dell’Agricoltura, dell’Industria e dell’Arte applicata” a Roma, in cui Strampelli presenta 35 nuove varietà di frumento tenero e alcune di duro. La successiva emissione a getto continuo di nuove varietà, anche se talvolta denominate secondo le tendenze di quel periodo (nel 1939 il Registro nazionale delle varietà elette elencava 50 varietà di frumento, 32 delle quali di Strampelli), è la conseguenza dei piani precedentemente approntati con lungimiranza nell’interesse del Paese e del popolo italiano.
Un’ultima considerazione. Sarebbe miope giudicare Strampelli unicamente come promotore di attività di livello tecnico e organizzativo, anche se ottime e tanto positive nei risultati, ma ormai soltanto di valore documentario per la storia della Genetica e dell’Agricoltura italiana della prima metà del Novecento.
Di Strampelli va ricordata, e considerata con rispetto, la decisione di rinunciare ad una produzione scientifica, nonostante la priorità di quei suoi studi di genetica vegetale brillantemente condotti quasi contemporaneamente alla riscoperta delle leggi di Mendel. La preparazione di note e memorie, come Egli ha scritto nel 1932 nel volume “Origini, sviluppi, lavori e risultati” in cui riassume l’attività personale e delle istituzioni da lui fondate e dirette, gli avrebbe sottratto tempo e impegno poiché intendeva suo “compito prevalente e preciso di perseguire e raggiungere finalità e risultati pratici della più immediata utilità per il mio Paese”, tanto che nel 1932 con giusto orgoglio definì i suoi grani “le mie pubblicazioni, quelle a cui tengo veramente”.
Eppure, nei programmi di lavoro e di promozione svolti da Strampelli, ci sono le condizioni di base, teoriche e pratiche, per linee di studio, di ricerca e di sperimentazione che si sono sviluppate anche nella seconda metà del secolo.
Infatti le sue iniziative possono essere considerate la premessa a filoni di studio, quali: l’esigenza del più ampio ricorso alla variabilità genetica - e quindi dell’opportunità della sua raccolta, conservazione e salvaguardia - per il miglioramento delle piante agrarie; la necessità anche di studi di genetica quantitativa, cui vi è cenno - ipotizzando anche l’azione di geni polimeri - in una nota pubblicata dall’Accademia dei Lincei nel 1907; gli studi di biologia fiorale e delle strutture riproduttive per la precisione ed il successo degli incroci; i rapporti di collaborazione scientifica internazionale che, nonostante l’impostazione autarchica del tempo, Strampelli mantenne con Paesi europei, mediterranei e sud-americani; le indagini ed i controlli delle qualità tecnologiche e nutrizionali; la valutazione rigorosa e plurilocalizzata delle caratteristiche agronomiche e merceologiche del materiale in selezione; la solerte premura nel collegamento tra ricerca e industria sementiera; l’azione autorevole energica e tenace di suscitatore e organizzatore di centri di ricerca.
Agli albori del XXI secolo, tempo che sarà contrassegnato da grandi apporti della biologia, e perciò anche della biologia vegetale e della genetica applicata alle piante agrarie e delle conseguenti innovazioni biotecnologiche, è stato giusto e opportuno richiamarsi all’esempio di Strampelli qui a Rieti, dove almeno altri due importanti eventi, in suo nome, vanno ricordati e segnalati: la prima Conferenza Internazionale di Genetica Vegetale, la prima per l’Italia del dopoguerra, organizzata da Carlo Jucci cinquant’anni fa (Maggio-Giugno 1950); e la rifondazione, per opera di Francesco D’Amato, della Società di Genetica Agraria, avvenuta nel 1963 a Rieti, dove è germinato il primo seme della genetica agraria italiana.

 
CARLO JUCCI

TESTIMONIANZA DI
GIAN TOMMASO SCARASCIA MUGNOZZA

Conobbi il Prof. Jucci al Convegno Internazionale di genetica agraria da Lui organizzato a Rieti nel 1950, il primo del dopoguerra in un’Italia in forte ritardo nella diffusione delle conoscenze e delle applicazioni della genetica, anche a causa di un’autarchia non solo economica ma anche culturale che aveva prodotto un forte isolamento. A questo convegno parteciparono - con molti giovani - noti studiosi italiani tra i quali: A. Chiarugi, R. Ciferri, F. Crescini, E. Pantanelli, A. Rivera, A. Morettini; illustri ricercatori giovani ma maturi di esperienza come F. D’Amato e R. Forlani e famosi scienziati stranieri: gli svedesi Gustafsson e Akerman, l’inglese Jenkin, il francese Heslot, ecc. A Rieti peraltro, o meglio al vicino Terminillo, Jucci aveva fondato il “Centro appenninico di genetica del Terminillo” di cui altri parleranno, credo, in questa giornata.
Fin da quando iniziò la carriera come assistente di fisiologia a Portici alla Scuola Superiore di Agricoltura, poi Facoltà di Agraria, con Filippo Silvestri, il grande entomologo, e col botanico Alessandro Trotter, che presenterà alla “Società Italiana di Genetica Agraria” nel 1960 per la nomina a socio onorario, Jucci si distinse come un biologo attento anche delle scienze agrarie.
Autore - nel periodo porticese - di una fondamentale opera sulla biologia e genetica del baco da seta, il filugello, considerò sempre strettamente legati l’avanzamento scientifico e le ricadute economiche, come illustrò nell’opuscolo “La genetica e l’economia nazionale” del 1938. Nel 1932, già direttore dell’Istituto Zoologico dell’Università di Modena, pubblicò un lavoro pionieristico in Italia: “La legge di Mendel ed i cromosomi”, in cui trattò anche i temi dell’eredità citoplasmatica, della variabilità, delle mutazioni, dell’evoluzione. Tale studio, 137 pagine, era stato presentato da Jucci ad un concorso bandito dalla Pontificia Accademia delle Scienze.
Con grande lungimiranza nel 1931 alla riunione della “Società Italiana per il Progresso delle Scienze”, che Jucci usava abitualmente come sede prestigiosa per diffondere le proprie ricerche, propugnò l’istituzione d’insegnamenti di genetica per le facoltà di agraria, scienze e medicina. Bisognerà attendere la seconda metà del secolo per vedere le prime realizzazioni di tali sue proposte. Ma egli, intanto, nel 1943 aveva pubblicato la “Introduzione allo studio della genetica per naturalisti, agrari e medici”. Oltre ad aver sostenuto - come dicevo - la necessità per l’Università italiana di dotarsi di cattedre di genetica, Jucci aveva istituito a Pavia il Centro di genetica del CNR e aveva fondato nel 1954, dopo la rivista “Genetica agraria” di cui vi parlerà ampiamente Angelo Bianchi, la “Società Italiana di Genetica Agraria”, di cui fu presidente fino alla morte.
Vorrei ricordare alcune delle ultime fasi della presidenza Jucci: al congresso di Padova del 1960 egli manifestò l’intenzione di dimettersi da presidente della società per problemi di salute, proponendo di scegliere il nuovo presidente tra i due vicepresidenti, Cirillo Maliani e Viscardo Montanari, dato che Angelo Bianchi preferiva non assumere tale carica. Nel verbale, che parzialmente riporto, si legge:

«JUCCI: ( ... ): È necessario in ogni modo, per non far sorgere equivoci, che io spieghi perché e in che senso il Consiglio di Presidenza non era concorde nella designazione. Io ho scritto ai Vicepresidenti Maliani e Montanari in questi termini: “Io con tutta sincerità e serietà non voglio essere rinominato, subire questa rielezione, cronica ormai, a Presidente della Società. Dato che per Statuto noi dobbiamo fare delle indicazioni, sono convinto che uno di voi due: Montanari o Maliani - come Vicepresidenti, che hanno insieme a me fondato la Società - sarebbe il più adatto a raccogliere questa eredità della Presidenza per un nuovo triennio”. I Vicepresidenti si sono consultati - per ragioni di salute non avevo possibilità di contatti diretti con loro - e mi hanno fatto pervenire come indicazione il nome del Prof. Bianchi. Io sono rimasto un pò perplesso di fronte a questa designazione, forse perché ho sempre considerato Bianchi come un segretario insostituibile: mentre, se egli diventerà Presidente, diventa necessario che lo sostituiamo. Certo nessuno più di me ha stima e affetto per Bianchi; e debbo riconoscere che la sua indicazione da parte dei Vicepresidenti è giustificata anche per il legittimo desiderio di assicurare alla Società una continuità di indirizzo. Perciò, vinte le ultime esitazioni, mi sono orientato del tutto favorevolmente, riservandomi, come era stretto dovere, di consultare Bianchi. Egli però, pur essendo lusingato della designazione, mi ha manifestato la sua ritrosia ad accettare per tutto un complesso di considerazioni. Ha aggiunto persino che se fosse riuscito eletto avrebbe rinunciato alla nomina. Io non credo però che rifiuterebbe quando vedesse la Società - cui ha data la sua attività fin dalla fondazione - concorde nel designarlo come elemento più adatto alla Presidenza.
In ogni modo io vi ho riferito tutto dettagliatamente perché non vorrei che aveste interpretato male la frase un pò sibillina: “Il Comitato di Presidenza non è concorde nella designazione”. Detto questo, credo sia il caso di passare direttamente al voto. Certo sarebbe stato desiderabile che i Soci presenti all’Assemblea fossero numerosi, ma ve ne è numero sufficiente per considerare perfettamente valido il risultato della votazione. I Soci presenti debbono comunque decidere chi sarà il nuovo Presidente al quale confideremo con piena fiducia le sorti di questa Società che, superati ormai da tempo le sue iniziali fasi di sviluppo, può ormai degnamente assidersi nel consesso delle Società genetiche e non genetiche italiane e straniere. Prego dunque il Segretario di voler procedere alla distribuzione delle schede per la votazione.
MALIANI: L’invito del Prof. Jucci a designare un nuovo Presidente è partito da una Clinica e noi l’abbiamo accettato sotto la pressione della preoccupazione per la Sua salute. Ma vediamo tutti come la malattia del nostro Presidente non gli abbia affatto impedito di organizzare il Convegno e come egli dia pieno affidamento di poter continuare a guidare la nostra Società, con capacità, abilità e solerzia. Pertanto anche a nome di Montanari io chiedo la riconferma del nostro primo Presidente.
JUCCI: Ringrazio il Prof. Maliani delle sue gentili parole, ma devo precisare che la sincera espressione della mia volontà di non essere rieletto Presidente non dipendeva da mie preoccupazioni per la malferma salute, sebbene dal fatto che vorrei assicurare lo sviluppo rigoglioso della Società e il suo affermarsi veramente nazionale. Per questo l’abbiamo svezzata dalla culla di Rieti, dal Centro Appenninico ed abbiamo voluto avvicendare la sede attraverso città italiane come Vicenza, Padova e Forlì. È nello stesso spirito, cioè per l’interesse della Società e del suo avvenire, che io ritengo necessaria l’elezione di un Presidente nuovo. Procediamo senz’altro alle votazioni”».

Fin qui la citazione testuale del verbale. Jucci, come era prevedibile ed auspicabile, venne rieletto, mentre al secondo posto nelle votazioni risultò Francesco D’Amato, poi Suo successore. Nel Febbraio 1962, nell’ultima circolare da lui redatta, Jucci riferì sul congresso di Bergamo (26-28/10) del 1961, e riassunse tra l’altro la discussione sulla sede del prossimo Convegno, nel corso della quale, fra le altre ipotesi, fu avanzata dallo stesso Jucci, con mia sorpresa, la proposta di un Convegno presso il Centro di Ricerche Nucleari della Casaccia, istituito nel 1958 e dove lavoravo appunto da un triennio. Jucci, infine, propose Palermo (prof. G. P. Ballatore invitante) come luogo del prossimo Convegno, stimolò tutti con caldi accenti alla programmazione delle attività della Società Italiana di Genetica Agraria e concluse riassumendo in poche e scarne parole l’enorme mole di lavoro da lui condotta, nonostante le sue condizioni di salute ma grazie alla collaborazione di Bianchi.

Ecco il testo del verbale:
«Esprimo anche sincera gratitudine al Segretario della Società, Prof. Bianchi, che mi ha stavolta in gran parte sostituito, avendomi varie circostanze impedito di dedicarmi con la consueta assiduità alla preparazione e allo svolgimento del Convegno sociale: malferme condizioni di salute, organizzazione del IV Congresso Int. per lo Studio degli Insetti Sociali, svoltosi a Pavia nell’Istituto “Spallanzani” dal 9 al 14 Settembre, e contemporaneità del nostro Convegno di Bergamo con le Celebrazioni del IV Centenario dello “Studium generale” Ticinese».

Ma poco tempo dopo fu purtroppo sottratto alla Società di Genetica Agraria, al Convegno della Società del 1962, ed alla comunità scientifica italiana che tanto impulso aveva da Lui, e disinteressatamente, ottenuto. Un grave malessere lo aveva colpito durante una animata riunione del CNR, dove si discusse tra l’altro anche su un documento da Lui inviato al prof. Luigi Califano, presidente del Comitato Biologia del CNR, sugli indirizzi della genetica. Decedette poche ore dopo in una clinica romana.
La scomparsa di Jucci fu fortemente sofferta da tanti. Ma nel Suo nome la Società di Genetica Agraria riunitasi, come da Jucci prestabilito, a Palermo nel 1963 sotto la presidenza di F. D’Amato, è oggi una delle più attive associazioni scientifiche italiane, ricca di studiosi maturi, saggi ed esperti, e fresca anche di giovani ricercatori entusiasti e preparati.


(testo della testimonianza presentata nel 1997 all’Università di Pavia in occasione della Celebrazione del Centenario della nascita del Prof. Carlo Jucci)




 FRANCESCO D’AMATO
SOCIO NAZIONALE DELL’ACCADEMIA DEI LINCEI

COMMEMORAZIONE DI
GIAN TOMMASO SCARASCIA MUGNOZZA


Signor Presidente, Gentile Professoressa Maria Grazia D’Amato-Avanzi e familiari, Colleghi, Signore e Signori, le Accademie accolgono i nuovi Soci e - quando purtroppo giunge il tempo - li commemorano enumerando soprattutto le loro qualità scientifiche, i risultati, il contributo all’avanzamento delle conoscenze. Ma se si tratta di un Caposcuola e Maestro, oltre al valore degli studi altrettanto valgono le doti umane. Nel delineare doti umane c’è il rischio di scadere nell’agiografico o di ritagliarsi - da parte di chi parla - nel nome della colleganza, della frequentazione, dell’amicizia, un ruolo, una presenza disdicevoli e inappropriate in simili circostanze. Nelle quali si deve, invece, ricordare l’avventura dello studioso a quanti lo hanno poco o molto conosciuto o soltanto avvicinato, a quanti gli devono gratitudine o avrebbero dovuto volergli bene.
Francesco D’Amato: uomo leale e onesto, mite e umile come sono i veri scienziati, forte nell’amicizia ma riservato e controllato nei toni, prudente ma esigente, fermo nelle sue meditate convinzioni, alieno dai compromessi sugli uomini e sulle cose. Gli piacevano le persone non per quello che mostravano di essere ma per quello che erano. Quando necessario, faceva ben intendere il rimprovero e la riprovazione, anche chiudendosi in silenzi molto significativi. Ma se scopriva l’ipocrisia o la malafede diceva ciò che pensava con calma e senza perifrasi. Lettore instancabile e di forte memoria, autore di 260 pubblicazioni scientifiche e di 2 libri, egli scriveva bene anche in lingua inglese, ma mai si è vantato di queste capacità. Sapeva ascoltare, consigliare e incoraggiare con ragionamenti semplici: le sue relazioni, i commenti e le opinioni, le conclusioni di una riunione ufficiale o di un discorso privato chiarivano i punti della situazione e delineavano le prospettive. Ha - insomma - indirizzato e impreziosito la cultura di tanti collaboratori, ed ha favorito, con le sue riflessioni e proposte, e senza essere imperioso, l’istituzione e lo sviluppo di gruppi, imprese di ricerca e di società scientifiche nel settore della genetica vegetale e agraria.
Infatti, senza tali doti non avrebbe potuto coltivare e rendere produttivo un campo di ricerche e di studi praticamente assente nell’Università italiana, o perlomeno secondario fino agli anni ‘50. Né avrebbe potuto dare origine, nella seconda metà del secolo, alla nascita ed allo sviluppo di una Scuola che oggi si articola - come vedremo - in diverse Università, nell’ENEA (già CNRN-CNEN), nel CNR, nel Ministero Agricoltura e nel privato. Scuola (Tab. 1) che, anche in conseguenza della migrazione in varie sedi dei suoi primi allievi e collaboratori, comprende decine di valorosi giovani ricercatori che rappresentano, direi, la terza generazione dei genetisti vegetali e agrari italiani: genetisti formali e di popolazione, citogenetisti e genetisti applicati al miglioramento delle piante agrarie, genetisti molecolari e esperti di ingegneria genetica, genetisti microbiologi ed ambientalisti.
Suo allievo dal 1950, e presto collaboratore e poi collega, per deferenza e simpatia spontanea trasformatasi rapidamente in amicizia ed in reciproche intese, questo amico e in qualche modo epigono di Francesco D’Amato, col quale, due o forse tre volte in quasi mezzo secolo si è verificata una divergenza di opinioni su fatti e persone risoltasi però in una comune riflessione approfondita e calma, vi parlerà ora dell’avventura scientifica di D’Amato. E cercherà di raccontarla negli eventi e nei progressi dello scienziato, senza inchiodarla ai lustrini del piano aneddotico, del memorialismo da caffè che banalizzerebbero l’avventura dello scienziato e una vera amicizia.
La vita terrena di Francesco D’Amato si chiude il 13 Ottobre 1998 a Pisa 3 giorni dopo l’82° compleanno; vicini la Moglie e i figli, una Famiglia che tanto ha dato ed avuto da Francesco.
Nato a Grumo Appula (in Terra di Bari) il 10.10.1916, terzo di 6 fra sorelle e fratelli, ai quali era molto attaccato, liceo classico, vincitore di una borsa (1936) presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, si laurea con lode in Scienze Naturali nel 1939. Dal 1940 è Assistente presso la Cattedra di Botanica di Pisa, dove un illustre Linceo, Alberto Chiarugi, promuove studi di cariologia e citologia, e nel 1947 fonda la rivista “Caryologia”.
I primi lavori di D’Amato riguardano aspetti botanici delle sue Murge, cui ritornerà molto frequentemente per rivedere parenti e luoghi perché, come canta Federico II di Svevia: “Puglia, paese dov’è bello andare”.
Dal Luglio 1940 al Luglio 1945 Ufficiale dell’Esercito Italiano, nel 1943 è deportato in Germania.
Ritornato a Pisa mette a punto, sulla base del lavoro di Heitz (1936) “Die Nukleal-Quetschmethode”, la tecnica dello schiacciamento al Feulgen che - applicata alla colorazione in toto di apici meristematici, antere, ovuli, tessuti differenziati o allevati in vitro, sezioni microtomiche - ha notevolmente facilitato e migliorato le analisi di citologia normale e sperimentale.
L’accordo culturale fra lo Svenska Institutet e la Scuola Normale Superiore gli offre la possibilità di lavorare per 11 mesi (1946-’47) presso l’Associazione Svedese delle Sementi (Sveriges Utsadesfürening) a Svalöv. Nel laboratorio di Citologia, che, diretto da Albert Levan, è ancorato all’uso di sezioni microtomiche colorate al violetto cristallo, introduce lo schiacciamento al Fuelgen superando iniziali scetticismi; ed in quello di Genetica di Ake Gustafsson è incaricato dell’analisi della seconda generazione di un grosso esperimento di mutagenesi su semi di orzo X-irradiati dopo pre-trattamento con agenti chimici diversi. Con questa analisi è stato dimostrato - per la prima volta in letteratura - che il pretrattamento dei semi con certi composti chimici modifica la sequenza e lo spettro delle mutazioni clorofilliane: p.e. nel caso della colchicina venivano indotti alcuni mutanti mai osservati negli oltre 10 anni di ricerche di mutagenesi fino allora condotte da Gustafsson.
In un tranquillo ambiente di studi centrati sulle teorie della radiogenetica nei vegetali, ma anche orientati verso la genetica applicata alle piante agrarie, l’anno di lavoro in Svezia attira - dunque - l’attenzione di D’Amato verso questi, allora nuovi, indirizzi.
Tornato a Pisa nell’Ottobre del 1947, nell’impossibilità - per generale (in Italia) deficienza di mezzi e di strutture - di dedicarsi a ricerche di radiobiologia e radiogenetica, si impegna, usando il test Allium Cepa, nello studio degli effetti citologici di “avvelenamento” della mitosi e di induzione di rotture cromosomiche da parte di un ampio spettro di sostanze naturali e di sintesi. Già nel primo numero di “Caryologia” D’Amato riferisce sull’attività citologica di alcuni composti e in genere sulla variabilità delle cellule somatiche per azioni naturali e sperimentali sulla mitosi.
Nel 1951 aggiunge alla libera docenza in Botanica, conseguita nel 1948, quella in Genetica, se non erro la prima ad un biologo vegetale.
In questo periodo gli interessi preminenti di D’Amato e dei suoi giovani collaboratori e collaboratrici riguardano - come dicevo - l’effetto di composti organici e inorganici sul ciclo cellulare, sul ciclo nucleare, sugli acidi nucleici, sulle mitosi, sulla rottura cromosomica. Queste ricerche gli permettono di classificare i veleni della mitosi (a parte gli inibitori della citodieresi) in due categorie: gli inibitori pre-profasici che impediscono l’ingresso in mitosi; e gli inibitori specifici del fuso mitotico (colchicino-mitotici) capaci di blocco metafasico (C-mitosi) di tipo reiterativo con conseguente induzione di alti livelli di poliploidia. L’attività mutagena di una serie di composti (cumarine, acridine, gammaesano, ecc.) viene da D’Amato accertata attraverso l’analisi di rotture e modificazioni strutturali nei cromosomi. Inoltre, per stimolazione indotta da ferita o da fitormoni alla cariocinesi di tessuti vegetali differenziati, D’Amato apre una serie di studi dimostrando che lo stato di endopoliploidia è dovuto ad endoreduplicazione e politenia e non ad endomitosi. La documentata presenza di diplocromosomi e quadruplocromosomi nelle mitosi indotte nelle cellule differenziate, oltre che permettere una dettagliata descrizione di queste mitosi dalla profase alla telofase, lo porta ad affermare (1952) che l’endoreduplicazione cromosomica è il processo responsabile della poliploidia nelle cellule dei tessuti differenziati: una affermazione oggi suffragata da una enorme letteratura.
Degna di nota, in questa linea di ricerca, l’analisi p.e. delle cellule del sospensore dell’embrione di Phaseolus coccineus, che per politenia presentano un elevatissimo grado di endoreduplicazione (fino a 2048C, pari cioè a 2048 volte il numero cromosomico aploide), maggiore perfino di quello dei cromosomi delle ghiandole salivari dei ditteri. E D’Amato e collaboratori dimostrano anche che il sospensore è la sede della sintesi degli ormoni necessari per le prime fasi di sviluppo dell’embrione. Questo sistema ha rappresentato uno strumento utilissimo per numerosi studi di diversi autori, ed in più laboratori, nei campi della embriologia vegetale, della biologia molecolare e della fisiologia, che saranno poi da D’Amato comparati e discussi in una sua rivista nel 1984.
Frattanto, le indagini - prevalentemente del gruppo pisano - conducono (1950-’56) ad evidenziare un altro fenomeno: il rapporto fra invecchiamento dei semi e mutabilità (cromosomica e genetica) spontanea. E dall’analisi critica della letteratura D’Amato ed il chimico organico viennese O. Hoffmann-Ostenhof giungono (1956) a formulare - con vasti consensi - una teoria metabolica dell’insorgenza della mutazione spontanea come risultato di un processo di automutazione, possibile non solo in cellule e nuclei di vegetali ma anche in quelle di tessuti animali.
Ma oltre alla citologia nucleare, alla citogenetica, riprende in D’Amato, anche perché l’attenzione in Italia alla biologia sperimentale cresce, l’interesse per la genetica e la radiogenetica vegetale.
Nel 1953, al Congresso Internazionale di Genetica di Bellagio, il primo del dopoguerra, di cui era Segretario generale un altro grande Linceo, C. Barigozzi, a D’Amato è affidata la sezione di Genetica vegetale.
La genetica vegetale, fino ad allora prevalentemente contrassegnata da spesso positivi e proficui programmi di miglioramento di piante agrarie, ormai è al decollo. Specialmente tra il 1955 e il 1960 si vengono organizzando gruppi (non a massa critica, ma certo molto vivaci), oltre che a Pisa, a Pavia con R. Scossiroli presso l’Istituto di Buzzati-Traverso, a Milano con A. Bianchi e poi E. Ottaviano, Gavazzi, Sala ed altri presso la Scuola di Barigozzi, al CNRN (Roma-Casaccia), a Perugia (Panella e poi Lorenzetti); a Roma nell’Istituto di Cerealicoltura con De Cillis, Bianchi, Vallega ed altri, all’Istituto Sperimentale dei Tabacchi (Scarascia) a Scafati, a Bergamo nell’Istituto di Maiscoltura (Fenaroli, Salamini, Brandolini), ecc.
Alla fine del 1956 D’Amato vince il concorso a cattedra in Botanica e diviene direttore dell’Istituto di Botanica di Cagliari. Nel frattempo, nell’autunno del 1955, la Conferenza, a Ginevra, delle Nazioni Unite “Atoms for Peace” sollecita l’interesse del CNRN (Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari), della cui delegazione fa parte Scarascia per il settore delle ricerche agrarie, a promuovere studi sugli effetti di radiazioni e radioisotopi in biologia animale e vegetale. Di ritorno da un soggiorno di 3 mesi (estate 1956) presso il Brookhaven National Laboratory (New York), D’Amato avvia a Pisa, con un contributo del CNRN, uno studio degli effetti biologici e genetici di raggi X, neutroni veloci e neutroni termici applicati a cariossidi di grano duro e tenero. E insieme con Scarascia prepara un progetto per un “Laboratorio di genetica vegetale con annesso Campo gamma”, che nel 1958, grazie anche al dono di una sorgente di radiocobalto di 125 curie da parte della Commissione Atomica USA, viene costituito nell’appena istituito Centro Studi Nucleari della Casaccia, presso Roma.
Nel periodo della ricostruzione post-bellica della società italiana, un ruolo propulsivo, in numerosi settori disciplinari della fisica, della chimica, della matematica, della geologia, e anche della biologia, va riconosciuto sia al CNR, che alla fine degli anni ’50, per iniziativa di G. Montalenti, già illustre presidente di questa Accademia, costituisce - tra l’altro - la Commissione Genetica di cui fa parte D’Amato, sia al CNRN che, per opera di F. Ippolito, V. Caglioti (altro indimenticabile Linceo) e A. Buzzati-Traverso, forma una propria Commissione per la Radiobiologia, includendovi D’Amato. Questi viene anche nominato consulente scientifico del suddetto Laboratorio, dal 1961 poi trasformato in “Laboratorio per le Applicazioni dell’Energia Nucleare in Agricoltura”, in cui hanno operato, con entusiasmo, scrupolo e lena, ricercatori come: A. Bozzini, S. Avanzi, F. Cervigni, B. Donini, L. M. Monti, D. Bagnara, L. Rossi, F. Saccardo, A. Brunori, C. Mosconi, G.T. Scarascia Mugnozza e altri.
Dice D’Amato: “Nei 15 anni (1958-1973) in cui ebbi l’incarico di Consulente Scientifico di quel Laboratorio fui Ricercatore fra Ricercatori. Imparai così che la ricerca fondamentale in alcune piante agrarie, posta a fondamento di possibili applicazioni, è altamente gratificante. Così il grano duro (Triticum durum Desf., 2n=4x=28), che era allora, nella letteratura internazionale, la “cenerentola” del genere Triticum, si dimostrò - oltre ogni previsione - un ottimo materiale per l’acquisizione di conoscenze di ordine generale. Centinaia e centinaia di mutanti clorofilliani e di mutanti vitali, morfologici e fisiologici, furono isolati nei numerosi esperimenti di mutagenesi con radiazioni e agenti chimici; essi costituirono il materiale per estese ricerche genetiche, citogenetiche, biochimiche, fisiologiche alla Casaccia. Mutanti, e segreganti di incroci di mutanti con varietà coltivate, furono sottoposti a saggi agronomici pluriennali e furono isolate nuove varietà di frumento duro che migliorarono la produzione in Italia e in vari Paesi esteri, in alcuni dei quali alcune varietà costituirono il materiale di partenza per nuove cultivar. Alcune delle nuove varietà furono saggiate nel Programma FAO - IAEA - CNEN su “Evaluation of mutant durum wheat lines in Mediterranean basin”.
In questo quadro, la originaria formazione botanica di D’Amato nell’indagare i fenomeni del differenziamento, dell’istogenesi, porta ad una particolare invenzione: il metodo “topografico” delle analisi delle mutazioni clorofilliane indotte da mutageni. Questo metodo, usando come test il grano duro, ha consentito - localizzando le posizioni dei mutanti presenti nella spiga - di calcolare con esattezza il numero delle cellule iniziali (1 o più) dello sviluppo di ogni spiga di piante da seme trattati con mutageni. Peraltro, il metodo ha anche permesso di osservare che il momento cruciale nell’organizzazione della spiga è la formazione di 4 cellule iniziali disposte a quadrante.
Un cenno è anche dovuto alle indagini sperimentali, svolte con Meletti e Avanzi, sul trapianto di embrioni non irraggiati su endosperma irradiato dopo imbibizione; le rotture cromosomiche osservate negli apici radicali sarebbero attribuibili alla formazione di radicali liberi e metaboliti prodotti da raggi X nell’acqua.
E finalmente, nel 1959, riparando ad un’ingiustizia purtroppo non insolita anche nella vita universitaria, si procede alla chiamata del prof. D’Amato a coprire la Cattedra di Genetica presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa. Così, a quasi cento anni dagli studi di Mendel, e sessanta dalla loro riscoperta, finalmente è istituita la prima Cattedra universitaria italiana di Genetica in Facoltà di Agraria.
Pur continuando la consulenza con la Casaccia, dal 1959 D’Amato si impegna nell’organizzazione ed espansione delle attività didattiche e scientifiche del nuovo Istituto di Genetica, nella cui bella e molto attrezzata sede (aperta nel 1967, dopo una lunga ricerca di finanziamenti) trova per anni ospitalità l’Istituto del CNR deputato agli studi di mutagenesi e differenziamento, fondato e inizialmente guidato da D’Amato e che poi, diretto da N. Loprieno, si indirizzerà anche verso studi di mutagenesi ambientale e di genetica dei lieviti.
Anche il Laboratorio della Casaccia, per la disponibilità di mezzi ottenuta in base al prestigio raccolto, può impiegare apparecchiature e tecniche avanzate e ancora rare in Italia. Mi riferisco, nel caso specifico, alla citofotometria (su microdensitometro) di nuclei colorati con la reazione di Feulgen che, attraverso la misura del contenuto in DNA di singoli nuclei, consente nelle ricerche di radiobiologia un grande salto di qualità della già fruttuosa interconnessione tra il gruppo pisano (Baroncelli, Bennici, Buiatti, Durante, Cionini, Cavallini, ecc.) e diversi ricercatori del Laboratorio della Casaccia. Avanzi, Brunori, D’Amato, Nuti Ronchi, Scarascia Mugnozza ed altri - nei primi anni Sessanta - misurando il contenuto in DNA dei nuclei dei meristemi radicali di frumento e marcando i nuclei con timidina 3H, dimostrano, analizzando le rotture cromosomiche e cromatidiche indotte con raggi X, che nei meristemi del seme secco di frumento sono presenti nuclei interfasici 2C e 4C cioè bloccati, rispettivamente, in fase di presintesi (G1) e post-sintesi (G2). D’altro canto, in una serie di ricerche nella seconda metà degli anni Sessanta, alla Casaccia si cerca di evitare il chimerismo, nelle piante da seme trattate con mutageni, irragiando gametofiti e gameti di orzo, tabacco, pomodoro. In effetti, D’Amato, Devreux, Donini e Scarascia osservano che nel polline binucleato maturo di tabacco il nucleo generativo e quello vegetativo hanno un contenuto 2C di DNA, ed egualmente 2C hanno i nuclei spermatici e quello vegetativo del polline trinucleato di orzo. Di conseguenza la mutazione può essere indotta solo in uno dei due cromatidi, per cui alla prima divisione dello zigote si producono due cellule, una delle quali con la mutazione, che darà così origine ad una discendenza cellulare mutata, cioè ad una pianta eterozigote per la mutazione. Un altro contributo alla fisiologia cellulare è dato dalle interessanti informazioni, sulla sintesi del DNA, sull’attività mitotica nelle cellule dell’embrione e sull’accumulo di sostanze di riserva nel seme in relazione al contenuto d’acqua e alla maturazione dei semi, raccolte, sul finire degli anni Sessanta, in Vicia faba da Brunori alla Casaccia e a Pisa da Silvana Avanzi et al. in Triticum durum (1967).
In questo campo, di grande interesse dal punto di vista teorico sono anche i risultati ottenuti studiando lo sviluppo dell’apice radicale delle felci leptosporangiate e, in particolare, di Marsilea strigosa, nella quale, utilizzando le misure citofometriche del contenuto in DNA dei nuclei e la marcatura della sintesi di DNA con timidina 3H, si è dimostrato che la cellula apicale, contrariamente a quanto si riteneva, già nelle prime fasi di sviluppo cessa di dividersi, resta bloccata in G2 e tende alla endoreduplicazione costituendo un centro quiescente; evento che D’Amato e Avanzi confermano (1970) anche per la cellula apicale dell’apice vegetativo di Equisetum arvense.
Di un’erudizione scientifica inconsueta1), che dispensava generosamente, attento a nuove teorie e metodologie passibili di fornire tecniche e di suggerire ipotesi di lavoro e originali spunti sperimentali, D’Amato, ormai nella piena maturità, non dimentica la sua origine di citologo ed apre un nuovo indirizzo di ricerca per studiare, avvalendosi dei metodi della coltura in vitro di cellule e tessuti vegetali, i meccanismi nucleari all’origine della variazione somatica genetica, la variazione cosiddetta “somaclonale”. E nuove conoscenze (tra il 1970 e fino al 1998) scaturiscono dalle ricerche sulle colture in vitro: la definizione delle componenti della variabilità del numero cromosomico nelle colture di calli e sospensioni cellulari; la scoperta della frammentazione nucleare (amitosi) seguita da mitosi come meccanismo di ampia variabilità nei numeri cromosomici; la rigenerazione di piante a mosaicismo cromosomico, prova della totipotenza cellulare e dell’origine pluricellulare delle piante rigenerate in vitro.
Nel suo libro “Nuclear Cytology in relation to Development” (1977) D’Amato dà corpo unitario alle riflessioni, alle ipotesi ed ai risultati sperimentali che Gli hanno consentito la conoscenza e la comprensione, attraverso l’azione di sostanze citossiche o mutacromosomiche, del ciclo nucleare e delle sue funzioni nelle piante. Concetti e fatti che hanno aperto il campo a linee di pensiero e di ricerca tuttora attente all’azione di sostanze e di condizioni che, nella sempre più evidente complessità dei fenomeni, possono causare effetti biologici negativi. Ed egualmente, dalla descrizione e discussione dei lavori della sua scuola, e dei dati della letteratura, D’Amato espone e interpreta problemi della genetica dello sviluppo attraverso l’analisi, nelle colture in vitro, del comportamento della cellula e delle manifestazioni di totipotenza e di capacità di differenziazione. Si tratta di originali contributi, sperimentali e di pensiero, alla conoscenza delle specifiche basi e delle interazioni genetiche nel controllo dello sviluppo e delle funzioni nei vegetali.
Nel 1986 è nominato Professore Emerito e nel 1991 la Società Italiana di Genetica Agraria si riunisce a Pisa per festeggiare i 75 anni di Francesco D’Amato il quale, nell’ambito della sessione sulla “Struttura del Genoma Vegetale”, tiene una magistrale relazione su “Nuclear Changes in Cultured Plant Cells”; come ricordo Gli fu consegnata una targa d’oro con incise due spighe di grano duro.
La sua notorietà nazionale e internazionale è suffragata da appartenenza ad Accademie, Società scientifiche e Boards internazionali, da affidamenti e consulenze di Enti di ricerca, da premi e riconoscimenti sintetizzati in Tab. 2.
In conclusione: nel corso della sua vita di docente e di scienziato, e nella plurimità dei programmi scientifici e delle ricerche avanti delineati, D’Amato ha formato, indirizzato e accompagnato un rilevante gruppo di genetisti vegetali e agrari, direttamente o tramite i suoi primi collaboratori, che dal nucleo centrale di Pisa e di Roma-Casaccia si sono irradiati soprattutto a Firenze, Bari, Napoli, Viterbo e Potenza. Questi gruppi hanno interagito con altri scienziati e sperimentatori in diverse Università, nel CNR (negli Istituti di Pisa e Bari già citati ed attraverso anche i progetti finalizzati coordinati da E. Porceddu), negli Istituti sperimentali del Ministero Agricoltura (da A. Bianchi a F. Salamini, altro Linceo da anni direttore di un “Max Planck Institut”).
L’esempio di rigore scientifico2), l’approccio sempre meno riduzionista, la spinta verso la competizione internazionale, verso una produzione di qualità e non ripetitiva, i giudizi e suggerimenti, che si moltiplicavano se ne vedeva il riscontro, i consigli anche su problemi gestionali, mettono in luce un’altra dote di D’Amato: la capacità di organizzatore scientifico, poiché ha saputo - senza vanto né sbandieramenti - amalgamare i vari gruppi, quelli dei suoi allievi e collaboratori e quelli già attivi o entrati in attività in settori di ricerca non personalmente investigati da D’Amato.
L’organismo, lo strumento che gli ha consentito ciò, è stata soprattutto la Società Italiana di Genetica Agraria (SIGA), costituita da Carlo Jucci, alla cui morte (1963) D’Amato divenne Presidente fino al 1972, rifondandola e ridefinendola negli statuti e negli obiettivi. Il decennio 1963-’72 è cruciale per la genetica vegetale e il miglioramento genetico delle piante agrarie in Italia. E ciò anche per la serietà e operosità della Società nei suoi Convegni annuali, nei seminari, nelle riunioni con affini Società d’Italia e d’Europa, nell’interazione con i relatori e colleghi stranieri invitati, ed anche per gli appelli di politica scientifica espressi nelle fasi decisionali del governo dell’Università italiana e delle singole Università e dei maggiori Enti pubblici di ricerca. Con prudente fermezza e con creativa dedizione, mettendo anche a frutto i suoi vasti personali collegamenti e conoscenze, D’Amato ha dato alla Società - che oggi conta 400 iscritti di cui circa il 50% giovani al di sotto di 35 anni - una articolata metodologia di lavoro, un compito di informazione tempestiva panoramica e precisa, un respiro dialettico, un esempio di formazione basata sul confronto dei valori, un ruolo di richiamo tra le altre Associazioni scientifiche. Ed i successivi presidenti sono stati agevolati nella loro opera per lo spirito e l’impronta data da D’Amato.
E così, dopo aver personalmente operato indirizzando tre generazioni di allievi nello studio dei principi e nell’applicazione - anche su piante agrarie (come abbiamo visto) - di metodi di analisi della citogenetica e citofisiologia vegetale, della mutagenesi spontanea e sperimentale cioè dell’ingegneria cromosomica, prima tappa dell’attuale ingegneria genetica, D’Amato rivolge l’attenzione alla biologia molecolare, alla genetica molecolare, all’ingegneria genetica mirata alla transgenesi. Dal livello molecolare si attende (sono sue parole): “una migliore conoscenza di importanti problemi biologici ancora aperti: differenziazione, sviluppo senescenza”. Ed in tema di genetica, mosso dalle personali ricerche e riflessioni, scriverà, ricche di documentazione e vaste di orizzonti e di geniali prospettive, memorie di messappunto e di sintesi - spesso apparse in periodici internazionali - sui principali e più moderni temi della genetica vegetale.
Le sue ultime opere sono: il capitolo intitolato “Plant Genetics”, che apre il volume sui contributi dei ricercatori italiani alla genetica ed al miglioramento genetico dei vegetali nel corso del XX secolo, pubblicato in occasione del XV Congresso Internazionale di Eucarpia svoltosi a Viterbo alla fine di Settembre 1998, e la voce «Polyploidy-Chromosome-endoreduplication-Polyteny” che sta per comparire postuma sulla “Encyclopedia of life sciences”. Alla impostazione del volume per Eucarpia ed alla scelta dei temi e degli estensori aveva reiteratamente partecipato D’Amato, cosicché ancora una volta mi ero avvantaggiato della sua cultura. A Viterbo, a quel Congresso europeo e internazionale, Egli voleva partecipare, come confermò quando con Porceddu lo incontrai per l’ultima volta a Pisa nell’Agosto 1998, quando pareva che dovesse riprendersi dalla ricaduta in quella grave malattia che già lo aveva colpito nel 1980.
Chi lo ha visto in quel periodo ricorderà la sopportazione, la cristiana accettazione della sofferenza, che però non gli faceva perdere il sorriso ed il gusto della conversazione telefonica. Il 26 Settembre 1998, quando da Viterbo gli davo notizia dello svolgimento del Congresso di Eucarpia e dei tanti amici italiani e stranieri e di soci della SIGA che avevano sperato di incontrarlo e che lo salutavano di cuore, purtroppo colsi nell’affettuosa conversazione il senso della sua prostrazione e, ormai, del distacco.
La Società di Genetica Agraria, che - come già detto - lo aveva festeggiato nel Settembre 1991, lo ha voluto solennemente ricordare nel corso del primo convegno annuale (Settembre 1999) dopo la sua scomparsa, dedicando a D’Amato una sessione con quattro relazioni (Scarascia Mugnozza, Bianchi, Salamini, Nuti-Ronchi). Ed anche l’Istituto CNR del Germoplasma di Bari, diretto da P. Perrino, e l’Amministrazione civica di Grumo Appula hanno voluto nel Febbraio 1999 onorare, nella sua terra e con una solenne cerimonia, un “grumese eccezionale” distintosi per le sue doti di intelletto e di cuore e per il suo contributo all’avanzamento delle conoscenze scientifiche ed alla germinazione e fioritura di un settore disciplinare, la genetica vegetale e agraria, sempre più complessamente interconnesso con altre discipline biologiche, chimiche, fisiche, agronomiche, ecologiche e dell’alimentazione e dell’economia. Ha detto D’Amato nel concludere la sua lezione magistrale in occasione del conferimento della laurea h.c. in Scienze Agrarie all’Università della Tuscia in Viterbo: “1) qualsiasi pianta coltivata, se studiata correttamente e profondamente, costituisce materiale idoneo per l’acquisizione di nuove conoscenze di origine generale; 2) la ricerca su una pianta coltivata è destinata ad avere una ricaduta in pratiche applicazioni; 3) l’attività di ricerca sulle piante coltivate è altamente gratificante perché contribuisce al progresso dell’agricoltura, che vuol dire progresso economico e sociale della comunità”.
Ed al nostro Caposcuola e Maestro, al vero Fondatore della Genetica agraria italiana, pur senza dimenticare precursori come Strampelli e Jucci, i genetisti vegetali e agrari italiani, oggi centinaia nell’Università e negli Enti di Ricerca anche Internazionali, in vari ruoli e sedi di lavoro, ed hanno voluto dedicare quel volume che, presentato - come ho detto - nel XV Congresso internazionale di Eucarpia a Viterbo (1998), comprende gli studi, le ipotesi di lavoro, le esperienze, le scoperte, i concetti di portata generale, i risultati - teorici e pratici - delle ricerche italiane in un dominio scientifico in cui - nella seconda metà del XX secolo - la guida, la spinta, la dedizione di D’Amato sono state vitali.
Grazie, Signor Presidente, di avermi consentito di richiamare fra noi la figura di Francesco D’Amato.

(testo della commemorazione presentata il 12 Maggio 2000 all’Accademia dei Lincei)


Tab. 1
Tab. 2


1) Tra il 1939 ed il 1999 ha pubblicato 260 lavori scientifici (per lo più su periodici internazionali e in Atti di congressi e simposi italiani e internazionali), ha redatto - su invito - riviste generali e capitoli di libri a diffusione internazionale e vari lemmi per enciclopedie; ha composto due volumi: “Genetica vegetale” (I ed., 1971; II ed., 1991), edito da Bollati Boringhieri (Torino) e “Nuclear Cytology in Relation to Development” (1977), edito dalla Cambridge University Press, Cambridge, UK.
2) La sua miscellanea, comprendente circa 23.000 estratti di articoli scientifici classificati in computer, è stata donata al Dipartimento di Biologia delle Piante Agrarie di Pisa nel 1998.

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