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FIDAF
Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali




Organismi Geneticamente Modificati:
  la responsabilità delle scelte


 


1. La percezione degli OGM da parte dell’opinione pubblica .
2. Lo sviluppo dell’agricoltura italiana: qualità e innovazione .
3. Le biotecnologie incensate o  demonizzate. Il valore dei prodotti biotecnologici .
4. Tolleranza zero? Un provvedimento improbabile .
5. Agricoltori e cittadini, protagonisti o vittime? Chi dirige l’orchestra?
6. Il ruolo delle Istituzioni pubbliche .




Sommario
    L’introduzione degli OGM in agricoltura è percepita dall’opinione pubblica in maniera emotiva, in quanto, in mancanza di una campagna d’informazione obiettiva, è prevalsa l’informazione mediatica della stampa non specializzata, spesso imprecisa e strumentale. Lo sviluppo dell’agricoltura italiana, da tradizionale a multifunzionale, necessita di qualità ed innovazione. L’innovazione genetica, più di quella chimica e tecnologica,  è una componente efficace e determinante del processo di sviluppo dell’agricoltura  per salvaguardare la qualità, la tipicità e il territorio. L’esempio del grano duro e della pasta è emblematico. L’Italia produce annualmente 30Ml di quintali di pasta e ne esporta 12Ml, tutto questo grazie al miglioramento genetico del grano duro realizzato soprattutto da istituzioni pubbliche di ricerca.  Il  miglioramento genetico in agricoltura è una attività imposta dalla necessità di salvaguardare i prodotti tipici nazionali. Il contributo delle biotecnologie in questo settore riguarda sia la diagnostica che il trasferimento mirato di geni nelle colture tipiche e a vocazione territoriale. Spesso la pura conservazione delle risorse genetiche tradizionali è insufficiente a tutelare quelle varietà vegetali o razze animali che presentano problemi agronomici e parassitari di difficile soluzione. In questi casi si rendono necessari interventi di miglioramento genetico limitato e finalizzato che hanno l’effetto di migliorare la qualità del prodotto, mantenendo le caratteristiche della varietà locale. Tutto ciò è stato fatto per anni con le tecniche di incrocio, reincrocio e mutagenesi, ma con tempi lunghi e risultati incerti. L’evoluzione tecnica delle pratiche di miglioramento genetico tradizionali, mai  o quasi mai messe in discussione né dai consumatori né dal legislatore, ha portato all’attuale ingegneria genetica, la quale paradossalmente determina cambiamenti genetici assai meno profondi di quelli causati dalle tecniche tradizionali. I consumatori chiedono insistentemente una riduzione nell’uso dei pesticidi ed a questa richiesta sta dando efficaci risposte l’ingegneria genetica mirata ad aumentare la resistenza delle piante alle malattie parassitarie. Il legittimo  dubbio dei consumatori su eventuali rischi per la salute derivanti dall’introduzione degli OGM, ha trovato una risposta autorevole negli studi sulla biosicurezza finanziati dalla Comunità Europea ed in quelli pubblicati lo scorso febbraio dalla Royal Society di Londra, dai quali risulta che  non esiste a tutt’oggi nessuna evidenza scientifica sui presunti effetti tossici o allergenici degli OGM. In questo quadro generale di certezze e di dubbi è giusto ed opportuno assumere un atteggiamento ragionevole ed equilibrato che fughi paure infondate, ma accompagni con prudenza e continuo sviluppo della conoscenza il progresso verso un miglioramento della qualità della vita. In questo processo di sviluppo, i cittadini, gli agricoltori e gli operatori della filiera agroalimentare devono essere informati correttamente e devono essere tutelati ed assistiti dalle istituzioni pubbliche in un quadro di assoluta trasparenza. Questa è la posizione della Comunità europea sulle biotecnologie, posizione che è espressa  dalla recente direttiva 2001/18 sugli OGM. Alla luce di quanto detto appare sorprendente la recente decisione adottata dal Ministero per le Politiche Agricole e Forestali di mantenere anche per il 2002 la cosiddetta “soglia di tolleranza zero” per la presenza accidentale di sementi transgeniche. Questa decisione ed il provvedimento di sospensione di quattro varietà transgeniche di mais adottato lo scorso agosto 2000, sono  in contrasto con ogni principio di trasparenza, perché in realtà in moltissimi prodotti alimentari è già da tempo diffusa la presenza in minime tracce di materiale transgenico. Proclamare la tolleranza zero rischia di indurre gli operatori della filiera agroalimentare a comportamenti ipocriti ed a perseverare in un atteggiamento di disinformazione dei cittadini. Ciò è particolarmente grave in un settore, come quello agroalimentare, in cui chiarezza e trasparenza sono essenziali.



1. La percezione degli OGM da parte dell’opinione pubblica
    L’introduzione degli OGM in agricoltura suscita spesso vivaci contestazioni e dibattiti sulla stampa non specializzata. L’informazione relativa, che dovrebbe essere scientifica ed obiettiva per definizione, si riduce a mera portavoce dello scontro ideologico tra opposte fazioni. Un’informazione  di parte  rischia di ostacolare la crescita di opinioni consapevoli su questo tema. La prima vittima è il lettore/telespettatore-consumatore sempre più disorientato ed impaurito, sempre meno informato. Ad esempio, gli OGM vengono spesso associati a temi a loro totalmente estranei quali la mucca pazza, l’effetto serra ed il nucleare, connotandoli quindi in maniera negativa. 

    Inoltre si nota l’assenza di un dibattito autonomo sulle biotecnologie in agricoltura. Dal confronto mediatico risultano spesso esclusi sia gli esponenti del mondo scientifico e gli esperti, sia i politici, con la sola eccezione di Verdi e Ministri dell’Agricoltura e della Salute, questi ultimi ancora schierati su fronti opposti, a prescindere dal cambio di governo.

    Questo stato di cose fomenta paure irrazionali e porta a situazioni di blocco che Rita Levi Montalcini ha definito di “lucchetto al cervello”, impedendo persino collaborazioni di ricerca internazionali ai nostri ricercatori. E così il mondo politico ( non solo quello italiano, che però lo fa con uno zelo ed una pervicacia tutta speciale), è portato a varare una serie di norme volte più ad accontentare il pubblico ed a chetare la stampa non specializzata che ad affrontare razionalmente la materia.

    Nonostante la asserita pericolosità dei prodotti transgenici, il rifiuto delle biotecnologie riguarda solamente il settore alimentare, mentre queste sono viste come una conquista positiva quando sono applicate al settore farmaceutico o medico. E’ una storia che si ripete. Infatti in Italia (ma anche altrove) abbiamo avuto eloquenti esempi di consistente avversione verso le innovazioni genetiche in agricoltura. Agli inizi degli anni ’20 le varietà di frumento basse e precoci di N. Strampelli furono molto contrastate, tanto che la loro coltivazione venne bandita dai soci dell’“Unione produttori Grano da Seme” fondata dallo stesso Strampelli nel 1906. E la stampa locale nel 1924 si affrettò a tessere il panegirico della vecchia varietà Rieti, affermando che “Il Rieti originario è il più ambito grano da seme e, nonostante le novità di questi ultimi anni, resta e resterà sempre vittorioso per la sua resistenza alla ruggine”. Ci volle la fortissima volontà politica del governo dell’epoca e la grande macchina organizzativa della “Battaglia del Grano”, intrapresa nel 1925, per aprire le strade alle varietà della I Rivoluzione verde del secolo XX.

    Non molto diversa fu l'accoglienza dei primi ibridi di mais provenienti dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’40. Interessi precostituiti dei produttori locali di granoturco da “seme”, deficienze nella tecnica colturale o avversità ambientali e prevenzioni politiche formarono un solido deterrente contro l'introduzione dei mais ibridi in Italia.  Ma nell'arco di mezzo secolo la maiscoltura italiana ha adottato le varietà ibride  ed è passata da 15-20 q/ha  ad oltre 100 q/ha di media degli ultimi anni,  con frequenti punte di 160-170 q/ha.
   
    Un altro esempio emblematico è quello raccontato dal premio Nobel N.E. Borlaugh in occasione di una sua visita in Pakistan nel 1963. Le sue varietà altamente produttive di frumento, che in seguito hanno dato luogo alla cosiddetta “Rivoluzione Verde” in numerosissimi Paesi, a quel tempo erano state relegate ai margini dei campi sperimentali e dimostrativi proprio dagli esperti e dalle istituzioni che avevano il compito di farle conoscere e promuoverle tra gli  agricoltori


2. Lo sviluppo dell’agricoltura italiana: qualità e innovazione
    L’agricoltura, al di là della sua indiscutibile rilevanza economica e sociale, riveste un ruolo centrale e multifunzionale, insostituibile per conservare il paesaggio ed il patrimonio culturale, per presidiare e mantenere il territorio, per salvaguardare la biodiversità. L’agricoltura va considerata ormai non solo produttrice di cibo, ma anche di ambiente e paesaggio  (rinaturalizzazione, presidio, manutenzione e valorizzazione del territorio),  cultura (prodotti tipici, gastronomia, tradizioni culinarie), salute e benessere (qualità dei cibi e fruizione del territorio), servizi (agriturismo, turismo rurale e naturalistico, ricreazione e didattica), per cui non risponde più solo ai bisogni primari del consumatore, ma è anche e soprattutto strumento per il miglioramento della qualità della vita. Il peso economico dell’agricoltura è assai più rilevante di quanto possa apparire considerando sia la sua incidenza specifica che il complesso delle interrelazioni che, a monte e a valle, legano lo stesso sistema agroalimentare al resto dell’economia.

    Nel nuovo ruolo dell’agricoltura moderna il territorio e i consumatori sono il centro attorno al quale  ruotano le imprese e i produttori. E’ fondamentale infatti  salvaguardare e sviluppare le risorse naturali (acqua, suolo, biodiversità, paesaggio) e  integrare l’uso agricolo nella conservazione della natura. Deve essere promosso lo sviluppo delle aree rurali, salvaguardando le culture locali, promuovendo la multifunzionalità delle imprese agrarie e forestali, tutelando la tipicità ed il contenuto culturale delle produzioni, migliorando la fruibilità del territorio da parte dei cittadini. Deve essere  favorita la gestione sostenibile delle foreste e l’espansione della copertura del territorio con specie forestali autoctone, in modo da rigenerare le risorse naturali, costruire habitat idonei alla conservazione della biodiversità e mitigare il degrado ambientale.

    È necessario integrare meglio le politiche commerciali, di mercato, di sviluppo rurale e dell'ambiente, prevedendo adeguati obblighi di controllo, relazione e valutazione. Occorre altresì prevedere  misure per internalizzare i costi ambientali nei costi dei prodotti agricoli e dei processi produttivi; considerare, infine, il valore economico generato dalla protezione che esercita il bosco (contenimento delle frane e del degrado del suolo, ottimizzazione del ciclo dell’acqua, ecc.) sul territorio ed incentivare finanziariamente la funzione ecologica svolta dagli agricoltori. L’adozione di un approccio integrato e sostenibile allo sviluppo delle aree rurali, inoltre, è indispensabile per favorire l’affermarsi del ruolo multifunzionale dell’agricoltura, che il nuovo regolamento sul sostegno allo sviluppo rurale pone tra i suoi obiettivi prioritari. La salvaguardia dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale (architettura, attività tradizionali e artigianali) costituisce il presupposto per lo sviluppo delle attività turistiche, che gli agricoltori e altri operatori economici possono sollecitare tramite il ripristino degli immobili rurali e la fornitura di servizi (ricettività, ristorazione, attività ricreative e terapeutiche) ai turisti.

    Superate le esigenze primarie e disponendo di un reddito stabile o crescente, il consumatore è indirizzato dall’ambiente socioculturale in cui vive a valorizzare e ricercare prodotti di pregio. Deve essere assicurata l’offerta di cibo sano e di qualità, e debbono essere garantiti anche per il futuro prezzi accettabili ( attualmente il valore di mercato di 1000 quintali di grano non supera un “modesto” salario annuo)  in modo da soddisfare i desideri dei consumatori, accrescendone la salute ed il benessere. Il ricorso alle norme di qualità di sistema (ISO 9000) e di certificazione ambientale (EMAS, ISO 14001) è un tema a cui la UE fa spesso riferimento.

    E' possibile un circuito virtuoso per l’agricoltura italiana. Esso lega la domanda di alimenti, di ambiente e di servizi, con  la qualità certificata e con le potenzialità della produzione agricola sul territorio nazionale. Infatti, la domanda si muove verso prodotti alimentari a più elevato contenuto salutistico e di innovazione, verso beni quali il  presidio ed la manutenzione del territorio, il paesaggio, i prodotti tipici, la fruizione del territorio, l'agriturismo, il turismo rurale e naturalistico; la qualità emerge come strategia generale, seppur differenziale, delle produzioni agroalimentari e dell'ambiente; l'agricoltura italiana, pertanto, con le sue peculiarità, può ottenere vantaggi competitivi rispondendo a questa domanda. L'integrazione dell'agricoltura nella valorizzazione delle risorse naturali può diventare in molte aree dell'Italia il motore dello sviluppo locale.

    La produzione agricola ed agroalimentare italiana è nota nel mondo per la qualità dei suoi prodotti. Qualità ed innovazione tecnologica tuttavia non sono valori alternativi. La competitività dei prodotti agroalimentari italiani non si tutela nel medio e lungo periodo se non si combinano qualità e innovazione. L’innovazione genetica è una componente efficace e determinante, più di quella chimica e tecnologica, per salvaguardare e migliorare la qualità , la tipicità e il territorio.

    L’Italia è un grande mercato di tecnologie importate. Forte è l’esigenza di un efficace impegno di ricerca sui prodotti tipici e a vocazione territoriale: o noi sviluppiamo le tecnologie relative, contribuendo a dare competitività ai nostri prodotti oppure  aspettiamo che siano i nostri concorrenti a farlo, contribuendo così a far perdere competitività ai nostri prodotti. Il caso di innovazione genetica diventato ormai storico e che rimane emblematico è quello del grano duro e della  pasta: che cosa c’è per gli italiani di più tipico della pasta?. Oggi l’Italia produce annualmente 30Ml di quintali di pasta, ne esporta 12Ml ed esporta anche semola. L’innovazione genetica realizzata nella seconda metà dello scorso secolo,  soprattutto nelle istituzioni di ricerca pubbliche,  ha determinato il successo di questi prodotti. Le nuove varietà hanno fatto crescere tutta la filiera del grano duro  che  da sinonimo di povertà economica, agronomica e varietale, è diventata una coltura ad alta tecnologia caratterizzata da una fiorente attività sementiera, da tecniche agronomiche accurate e da un’industria molitoria e pastaria unica al mondo. La tecnologia ha richiamato e sviluppato nuova tecnologia, inclusa quella organizzativa e ha determinato il successo di una coltura e di una economia. E la pasta è rimasta un prodotto tipico, anzi si è affermata come prodotto tipico, piatto tipico. Senza la ricerca e l’innovazione, la competitività del grano duro nei confronti del grano tenero sarebbe venuta meno e la pasta fatta di solo grano duro sarebbe rimasta un prodotto di  nicchia sul mercato globale.

    La scelta della specificità dell’agricoltura italiana impone lo sviluppo della ricerca e dell’innovazione dei prodotti in quanto non è possibile acquistare fuori le tecnologie adatte a dare competitività ai nostri prodotti. In questo settore il contributo delle biotecnologie può riguardare sia la diagnostica che il trasferimento mirato di geni nelle colture tipiche e a vocazione territoriale. In alcuni casi particolari non è sufficiente promuovere la pura conservazione delle risorse genetiche agrarie e incentivare la coltivazione e commercializzazione delle vecchie varietà locali. Alcune varietà presentano infatti problemi agronomici che ne ostacolano la coltivazione che, sebbene di tipo biologico (quasi tutte le produzioni di nicchia vengono infatti a trovarsi inserite in questo particolare settore della produzione agricola), deve comunque essere improntata ai dettami di una moderna pratica agricola. La conservazione di antiche e defatiganti tecniche di gestione delle coltivazioni è spesso la causa dell’abbandono delle coltivazioni stesse, anche se economicamente redditizie.

    In alcuni casi possono essere opportuni limitati interventi di miglioramento genetico volti ad apportare modifiche agronomicamente valide alla pianta oggetto di coltivazione. Ad esempio può essere opportuno trasformare il tipo di accrescimento indeterminato di una pianta di fagiolo in un accrescimento determinato, al fine di semplificare la conduzione agronomica della coltura. Naturalmente un intervento di questo tipo non deve alterare le altre caratteristiche della varietà locale. Le attuali biotecnologie genetiche avanzate mettono a disposizione anche altre opzioni: perché ad esempio non pensare alla possibilità di trasferire direttamente, mediante tecniche di ingegneria genetica, un singolo gene per la bassa taglia proveniente da materiali appartenenti alla stessa specie in una serie di genotipi della popolazione locale da conservare, in modo tale da ottenere immediatamente ciò che il reincrocio può dare solo con anni di lavoro?

    Un altro passo avanti: alcune varietà locali non possono praticamente essere coltivate in modo economicamente accettabile, al fine di garantirne la conservazione nel medio-lungo periodo, in quanto fortemente suscettibili ad attacchi di patogeni o parassiti. La presenza di singoli geni, nella stessa specie o in specie vicine, capaci di indurre resistenza a particolari attacchi parassitari potrebbe far considerare come accettabile, nell’ambito di un approccio ”delicato” interventi di trasformazione genetica volti all’ottenimento di materiali resistenti e quindi commercialmente utilizzabili nell’ambito di una agricoltura senza pesticidi di alcun tipo?

    Approcci biotecnologici di questo tipo potrebbero avere un futuro, purché accettati dalla legislazione e dai potenziali acquirenti dei prodotti stessi. Tuttavia, anche se non pare realistico ipotizzare la rapida accettazione di piante transgeniche ottenute con metodi “delicati” e senza il trasferimento di geni appartenenti a specie filogeneticamente lontane, è necessario ricordare che non tutte le piante transgeniche sono eguali e, al tempo stesso, studiare come possa essere attuato un approccio che preveda l’applicazione dell’ingegneria genetica su piante che, dando luogo a prodotti di nicchia, non sono certamente di interesse economico globale e pertanto sono estranee ai problemi economici connessi all’uso dei brevetti.


3. Le biotecnologie incensate o demonizzate. Il valore dei prodotti biotecnologici.
    Il “filo continuo” che lega il miglioramento genetico delle piante, dalla selezione all’incrocio, alle tecniche più moderne che utilizzano le conoscenze derivanti da discipline diverse, ci porta ai cosiddetti “organismi geneticamente modificati” (OGM), piante incluse. Il miglioramento genetico di colture quali grano, mais, riso e patata è stato fondamentale per la nascita e lo sviluppo della civiltà. L’ingegneria genetica (le tecnologie che consentono di ottenere gli OGM) è l’espressione della evoluzione delle conoscenze dell’uomo in tutti i settori delle scienze, in perfetta continuità con le conoscenze e le innovazioni apportate dalle tecniche più classiche di incrocio e selezione.

    Le piante ottenute con queste ultime tecniche, e più in generale con le tecniche del miglioramento genetico, sono presenti da molti anni sulle nostre tavole senza destare nessuna preoccupazione. È opportuno però ricordare che queste piante sono il frutto di una modificazione consistente del genoma selvatico, sia in termini di numero di geni presenti (il frumento coltivato ha un patrimonio genetico triplicato rispetto alle originarie forme selvatiche), sia in termini di mutazioni e ricombinazioni introdotte. Per giunta queste modificazioni non sono identificabili in dettaglio e sono valutabili solo sulla base del fenotipo ottenuto. Da questo punto di vista le piante transgeniche sono paradossalmente “meno modificate” perché ottenute attraverso una serie di processi ben noti e controllati che prevedono (i) l’individuazione di un gene che codifica per un carattere interessante, (ii) lo studio dettagliato della sua struttura e funzione, (iii) il trasferimento della sequenza genica nel vettore di trasformazione e (iv) la verifica dell’inserimento e dell’espressione della sequenza genica nella  pianta. In pratica, questo procedimento è effettuato in maniera mirata, modificando in misura minima le caratteristiche genetiche della pianta e mantenendo la tracciabilità del gene trasferito, la cui funzione è perfettamente nota.

    Ovviamente, ciò non esclude la necessità di studi accurati sulla biosicurezza associata agli organismi transgenici. È fondamentale che le ricerche non si limitino al semplice inserimento di uno o più geni in una pianta, ma comprendano anche la valutazione di altri fattori, quali, ad esempio, la possibilità che il transgene interferisca con la normale fisiologia della pianta stessa, o di eventuali effetti sulla salute umana, o ancora, di effetti a carattere ambientale. Bisogna cioè sottoporre i prodotti transgenici a controlli cui dovrebbero essere soggetti tutti i prodotti vegetali di cui facciamo uso, siano essi frutto di ingegneria genetica o meno.

    L’uso, spesso indiscriminato, di pesticidi, fertilizzanti, diserbanti rende i prodotti “tradizionali” più pericolosi per la salute umana e per l’ambiente, rispetto ad esempio ad una pianta in grado di autodifendersi e quindi meno soggetta a trattamenti chimici. Le colture transgeniche di mais, soia e cotone hanno ridotto drasticamente l’uso di diserbanti e insetticidi. Il drammatico problema nazionale delle micotossine del mais (aflatossine cancerogene, fumonisina ecc.) potrebbe essere radicalmente risolto con le piante transgeniche, come dimostrato dalla ricerca pubblica nazionale prima del noto blocco delle sperimentazioni sulle piante transgeniche. I problemi connessi con la biosicurezza sono da tempo in primo piano nella politica di ricerca della Commissione Europea che ha finanziato in un periodo di quindici anni (dal Primo al Quinto Programma Quadro) ben 81 progetti, con il coinvolgimento di più di 400 gruppi di ricerca, per un contributo finanziario totale di circa 70 milioni di Euro. Questi progetti e gli  studi pluridisciplinari raccolti in un rapporto della “Royal Society” di Londra pubblicato lo scorso febbraio  hanno dimostrato che non esistono evidenze scientifiche sui presunti effetti tossici  ed allergenici  dei prodotti transgenici attualmente in commercio.

    Pur nella consapevolezza che la scienza non può dare certezze assolute ma solo oggettive valutazioni e ragionevoli probabilità, abbiamo però elementi concreti per valutare e gestire il rischio associato alle biotecnologie e fugare paure infondate che si frappongono al progresso inteso come miglioramento della qualità della vita. Si può discutere a lungo sugli effetti “indesiderati” delle metodologie genetiche collaudate e sui possibili "rischi" di quelle tecnicamente più avanzate, ma non si possono negare gli incalcolabili benefici apportati dalla scienza, benefici di cui l'umanità ha potuto godere e continuerà a godere nell'ottica della gradualità e della ragionevolezza. Togliere all’Italia l’opportunità di utilizzare le biotecnologie in campo agricolo ed alimentare è una pesante responsabilità politica. Se si tiene conto del contesto comunitario in cui opera il nostro  paese, questa responsabilità cresce di peso,  ma  se si guarda anche ai Paesi in via di sviluppo, essa potrebbe diventare insostenibile.

    Rogo o incensazione? Né l’uno né l’altro, bensì ricerca, sperimentazione e valutazioni attente  dei singoli prodotti  e degli utilizzi specifici delle  biotecnologie, senza demonizzare queste nuove tecniche, peraltro largamente applicate ed accettate in altri settori quali quello farmaceutico (oltre l’80% dei vaccini e decine di farmaci antitumorali  e antivirali attualmente in uso sono prodotti transgenici) e particolarmente innovative e potenzialmente risolutive nel settore medico (terapia genica per la cura di  diabete giovanile, obesità, malattia di Alzheimers, artrite, emofilia, anemia falciforme,  malattie lisosomiali, ecc.).


4. Tolleranza zero? Un provvedimento improbabile.
    La recente decisione adottata dal Ministro delle politiche agricole e forestali  (MiPAF) di mantenere anche per il 2002 la cosiddetta “soglia di tolleranza zero” per la presenza fortuita di semi transgenici nei lotti di sementi convenzionali ai fini della loro commercializzazione, comporta riflessioni e chiare indicazioni.

    L’immissione in commercio e l’autorizzazione al consumo dei prodotti transgenici sono regolate dalla direttiva 90/220, che disciplina la coltivazione di piante transgeniche, e dal regolamento 258/97, che disciplina il settore dei cosiddetti “nuovi alimenti”, tra i quali sono compresi anche i prodotti transgenici.

    Il parametro principale di valutazione di un nuovo alimento è la sostanziale equivalenza (SE), cioè il confronto tra esso e la sua controparte tradizionale, la cui sicurezza è consolidata dall’impiego nel tempo nell’alimentazione umana. I prodotti transgenici riconosciuti come sostanzialmente equivalenti possono essere messi in commercio previa notifica del produttore anche ad un solo stato membro. Questi prodotti vengono pertanto detti “notificati” (articolo 5 del regolamento 258/97) e sono gestiti diversamente da quelli noti come “autorizzati”, i quali  non  sono riconosciuti come SE e pertanto devono essere approvati da tutti gli stati membri (articolo 6 del regolamento 258/97). A causa di una procedura complessa e farraginosa che  di fatto ha ostacolato l’immissione in commercio di prodotti transgenici, gli unici prodotti di questo tipo attualmente in commercio sono quelli autorizzati anteriormente all’entrata in vigore del regolamento 258/97 e quelli “notificati” in base all’articolo 5 di questo regolamento.

    Ulteriori limitazioni all’immissione in commercio ed all’uso alimentare dei prodotti transgenici sono derivate dalla cosiddetta “clausola di salvaguardia” cui i singoli Stati membri possono fare ricorso, ai sensi di quanto disposto dall’articolo 16 della direttiva 90/220 e dall’articolo 12 del regolamento 258/97, per sospendere temporaneamente la commercializzazione sul proprio territorio di un prodotto transgenico approvato in base alla normativa comunitaria. La sospensione deve essere motivata da nuove evidenze  scientifiche di pericolosità. All’articolo 12 del regolamento 258/97 ha fatto ricorso l’Italia  (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 Agosto 2000) per sospendere la commercializzazione sul territorio nazionale di quattro varietà transgeniche di mais. La sospensione è tuttora in vigore nonostante i comitati scientifici della Commissione europea abbiano ritenuto privi di fondamenti scientifici i motivi addotti dall’Italia.

    Di fronte alla palese inadeguatezza della normativa in materia, la Commissione ed il parlamento europeo hanno messo a punto una nuova direttiva (2001/18) che sostituirà la 90/220 a partire dal 17 ottobre 2002. Al fine di dare operatività alla nuova direttiva, la scorsa estate  sono state presentate due proposte di regolamento, una in materia di tracciabilità ed etichettatura dei prodotti transgenici, l’altra relativa alla semplificazione delle procedure di autorizzazione alla commercializzazione ed all’uso zootecnico dei prodotti transgenici, in sostituzione del regolamento 258/97.

    Risulta evidente che, per quanto riguarda le autorizzazioni al commercio e al consumo di prodotti transgenici, il quadro normativo comunitario sta evolvendo verso una significativa apertura rispetto al passato. In particolare la filosofia sembra essere quella di rendere più agevole il rilascio delle autorizzazioni, contestualmente alla messa in atto di specifiche misure di controllo fondate, in primo luogo, sulla tracciabilità e sull’etichettatura, nonché sul monitoraggio e la sorveglianza dei prodotti transgenici.

    La coltivazione di varietà transgeniche ha conosciuto negli ultimi anni una significativa espansione passando dagli 1,7 milioni di ettari nel 1996 ai 52,6 milioni di ettari nel 2001. Le coltivazioni sono diffuse in particolare in USA (68%), Argentina (22%), Canada (6%) e Cina (3%);  e riguardano soprattutto soia (63%), mais (19%), cotone (12%) e colza (5%). Le maggiori possibilità di contaminazioni transgeniche della nostra filiera agro-alimentare sono da ricondurre soprattutto a soia e mais che, come è noto, entrano direttamente o con loro prodotti di lavorazioni, nella composizione di mangimi per gli animali e di circa 30.000 alimenti.
   
    Occorre distinguere fra le “contaminazioni” nel prodotto finito e quelle nelle sementi. Il problema della presenza di materiale transgenico nel prodotto finito ( il limite di tolleranza previsto dalle vigente norma comunitaria è dell’1%) attiene esclusivamente alla etichettatura del prodotto stesso, allo scopo di garantire al cittadino il diritto di scelta informata all’atto dell’acquisto, mentre la presenza fortuita di materiale transgenico nelle sementi convenzionali assume un significato diverso per la possibilità di propagazioni incontrollate.

    I dati relativi ai controlli effettuati dal Ministero della Salute su diverse tipologie di prodotti agro-alimentari  nel periodo compreso tra l’ottobre 1999 e l’ottobre 2001,  hanno dimostrato la presenza di tracce di materiale transgenico in  313 (23,2%) dei 1350 campioni esaminati. I casi positivi sono stati più frequenti nei prodotti di importazione (207 campioni positivi su 451 esaminati, pari al 45,9%) che non in quelli di origine nazionale (106 casi positivi su 899 campioni esaminati, pari all’11,8%) e in particolare nei prodotti destinati all’alimentazione zootecnica: panelli (92,3%), farine (66,2%) e mangimi (65,7%).

    Alla luce dei risultati di questi controlli, è importante che al consumatore sia garantito il diritto di essere informato correttamente, e cioè che “normalmente” mangia alimenti contenenti o derivati da piante transgeniche, e che, per questo tuttavia non ha alcuna ragione di temere per la salute. D’altra parte, la produzione nazionale di sementi di soia e mais copre rispettivamente  circa il 30 ed il 53 % del fabbisogno. Il ricorso all’importazione di sementi è quindi massiccio ed avviene da paesi (USA, Canada, Argentina, Uruguay) in cui le colture transgeniche sono assai diffuse, rendendo inevitabile la presenza accidentale di minime quantità di materiale transgenico nei lotti di sementi convenzionali. Proclamare la tolleranza zero negli alimenti, nei mangimi e nelle sementi equivale a indurre gli operatori della filiera all’ipocrisia e alla falsità: questo è il reale problema etico.

    Il sistema agroalimentare ha bisogno di una trasparenza assoluta e non di vincoli che oggettivamente  (tecnicamente) non sono e non possono essere rispettati. Va infatti sottolineato che non esistono a tecniche analitiche appropriate ( in termini di sensibilità, riproducibilità, precisione, facilità d’uso, rapidità ed economicità) per verificare quel “livello zero” che si vorrebbe garantire. Inoltre, nel caso specifico delle sementi non ci sono le condizioni biologiche e tecniche per garantire l’assenza di materiale transgenico anche quando saranno disponibili tecniche analitiche ottimali. Infatti, poiché le analisi sono distruttive, il controllo di un lotto di sementi non può interessare l’intero lotto ma solo un campione prelevato dal lotto stesso, e ciò condiziona pesantemente l’efficacia e la precisione dei controlli Poiché la semente è un prodotto “discreto”, non è possibile avere una distribuzione perfettamente omogenea dei semi transgenici eventualmente presenti in un lotto di semente convenzionale. Ciò comporta sempre un ampio margine di incertezza  riguardo alla rappresentatività del campione sottoposto ad analisi. Ad esempio, se un da un lotto di 100 semi in cui è presente 1 seme transgenico (ciò equivale all’1% di “contaminazione”), si prelevano 10 campioni di 10 semi ciascuno, nove di questi campioni risulteranno negativi alle analisi per la presenza di OGM. Nella pratica sementiera, analizzare un campione di 1kg di semi di mais (corrispondente a circa 3000 semi) prelevato da lotti commerciali del peso medio di 1-5 tonnellate, significa avere una probabilità non inferiore al 95% di individuare quelli che contengono più dello 0,1% di materiale transgenico. Ma significa anche che 5 volte su 100 quei lotti “contaminati” daranno risultati negativi. La probabilità di “falsi negativi” cresce in maniera esponenziale con il diminuire del livello di “contaminazione” (ad esempio, un seme transgenico presente in una tonnellata di mais verrà individuato solo 1 volta su mille).

    D’altra parte, lo sviluppo di una filiera totalmente “OGM-free” non è soltanto irrealizzabile ma soprattutto non ha giustificazioni in termini di qualità nutrizionale o organolettica, sanità-salubrità alimentare o rispetto dell’ambiente, ma solo sul piano ideologico, commerciale (di certi settori) e del rispetto di convinzioni personali.

    Il diritto del consumatore di essere informato correttamente sul prodotto che mangia dovrebbe riguardare non solo l’origine genetica del prodotto stesso ma soprattutto alcune caratteristiche attualmente trascurate, che potrebbero avere dei riflessi negativi sulla salute e sul benessere, come ad esempio la quantità di residui di fitofarmaci, di micotossine  e di escrementi o frammenti di animali, la carica batterica, la presenza di fattori naturali antinutrizionali, tossici o allergenici, le tecniche di conservazione e maturazione ecc.


5. Agricoltori e cittadini, protagonisti o vittime? Chi dirige l’orchestra?
    La dinamica dei consumi costituisce uno degli elementi principali per comprendere l’evoluzione del sistema agricolo alimentare. I cambiamenti sono stati determinati, in modo più accelerato negli ultimi anni,  dall’ampliamento ed unificazione dei mercati, a partire da quelli dell’Unione europea; in un periodo più lungo, da fattori sociali ed economici.

    Le abitudini alimentari si sono modificate secondo tendenze comuni a tutti i Paesi sviluppati. Questa globalizzazione non comporta necessariamente una standardizzazione della domanda, anzi uno degli aspetti di maggior novità è proprio la segmentazione dei modelli di consumo. L’aumento del benessere, infatti, ha fatto emergere nuove opportunità rappresentate, per esempio, dalla domanda di beni posti ad un livello di qualità superiore, oggettivamente riconoscibile dal consumatore. Il consumatore ha una grande necessità di informazioni per percepire il valore e trarre il massimo vantaggio possibile dalle sue scelte d’acquisto.

    La domanda del consumatore, e in generale del cittadino, è diventata centrale rispetto alla produzione agricola e questa domanda si manifesta tramite la grande distribuzione e l’industria alimentare. Le industrie alimentari hanno accresciuto il loro ruolo nel sistema agroalimentare dei Paesi sviluppati e si posizionano al centro tra il consumo finale e l’offerta agricola, soprattutto per l’operato delle grandi imprese, spesso internazionali: oltre ad aumentare il loro potere nei confronti del settore agricolo, l’industria assume un notevole potere di condizionamento del consumatore. E’ tale da influenzare la struttura stessa delle loro preferenze.

    Tuttavia, l’informazione appare incompleta e distribuita in modo diverso tra industria e consumatori in particolare nel settore agroalimentare.
 Si può infatti osservare che:
- il settore agroalimentare rappresenta il principale investitore in pubblicità (25% della  spesa complessiva effettuata da tutti i comparti produttivi);
- la pubblicità è sostenuta prevalentemente da imprese con grandi dimensioni economiche e si realizza soprattutto attraverso la televisione;
- la pubblicità vuole persuadere il consumatore più che informarlo;
- le associazioni scientifiche e la scuola hanno  un ruolo minimo o nullo nella informazione e promozione pubblicitaria.

    Nella comunicazione sociale riguardante i prodotti vegetali transgenici si è fatto ricorso anche all’immaginario ansiogeno. E’ stato riesumato il mito di Frankenstein per associarlo ai prodotti agricoli della ingegneria genetica: i Frankenfoods, i cibi di Frankenstein, sono stati illustrati come fragole contenenti lische di pesce, melanzane con coda di scorpione o uova che producono foglie di spinacio. Le biotecnologie sono state demonizzate, facendo leva su ignoranza e sfiducia dei cittadini.

    E’ stato infatti accertato che:
- una larga maggioranza di cittadini non conosce alcuni fondamenti della genetica e della biologia. Ad esempio, oltre la metà dei cittadini europei è convinta che mangiare alimenti transgenici determina una modifica del proprio patrimonio genetico e che i geni siano contenuti solo nei prodotti dell’ingegneria genetica (NatBio 15, 1997);
- secondo il sondaggio n.4.0 di Eurobarometer (1999), le agenzie e le autorità governative (Commissione europea inclusa), le istituzioni politiche, le organizzazioni non governative e le associazioni di categoria (catene di distribuzione, produttori, industriali) quando si occupano di sicurezza alimentare non vengono credute dall’80% dei cittadini europei, i quali nutrono una certa fiducia solo negli insegnanti e  nei ricercatori/scienziati.

    In Italia, come in altri paesi comunitari, alla natura artificiosa e straniera dei cibi di Frankenstein  vengono contrapposte la “naturalezza” e la tipicità dei prodotti agricoli convenzionali, ricorrendo talvolta ad esemplificazioni contraddittorie o ridicole. Ad esempio, si esalta la “naturalezza” dei vitigni nazionali dimenticando che sono innestati su vite americana (veri esempi di organismi Frankenstein), oppure si promuove la tipicità di alcune importanti colture (pomodori, melanzane, patate, fagioli, mais, peperoni) che sono in realtà originarie del continente americano e sono state adattate all’ambiente mediterraneo attraverso una lunga opera di miglioramento genetico. I pomodori pelati e la salsa di pomodoro, due componenti primari della cucina nazionale, sono considerati prodotti tipici nazionali anche se derivano in larga parte da varietà ibride F1 sviluppate negli USA, mentre la varietà tipica San Marzano sta scomparendo a causa di una malattia virale, peraltro debellabile ricorrendo alle biotecnologie.

    Tra le principali varietà coltivate in Italia di melo (Golden Delicious, Red Chief, Red Delicious o Granny Smith), pompelmo (Star Ruby o Marsh seedless), pesco (Springcrest, Redhaven, Springtime, Stark Redgold, Independence, Snow Queen, Babygold, Springbelle o Andross),  pero (William, Red William, Conference o Kaiser), fragola (Pajaro, Chandler, Camarosa o Tudla)  o patata (Primura, Sieglinde o Alcmaria) ricorrono nomi che denunciano la loro origine straniera.

    Al cittadino viene trasmessa l’idea che gli alimenti convenzionali siano naturali, diversamente da quelli transgenici che sono artificiali, sottacendo che oltre l’80% dei cibi consumati in Italia hanno subito un serie di interventi “artificiali” durante la coltivazione, il trasporto, la conservazione e la trasformazione industriale, interventi che sono essenziali per garantire la sicurezza e il valore nutrizionale dei cibi stessi. Ad esempio, la pastorizzazione, la conservazione al freddo o sottovuoto hanno sconfitto il botulismo e la dissenteria infantile, cause primarie di morbilità e mortalità all’inizio delle scorso secolo. La concia delle sementi  con prodotti antifungini ostacola lo sviluppo di patogeni che producono micotossine micidiali come le vomitossine o le fumonisine.
 
    Più interessati ai rischi chimici da diserbanti o fitofarmaci (rischi potenziali, spesso a lungo termine) che ai rischi biologici derivanti da organismi patogeni (batteri, funghi, insetti, nematodi) o da composti con attività tossica, cancerogena, allergenica o antinutrizionale presenti “naturalmente” in moltissime piante alimentari (si pensi alle fitoemoagglutinine o alle gliadine  del grano, alla tomatina del pomodoro, al metileugenolo del basilico, allo psolarene del sedano, agli alcaloidi gozzigeni e ai nitriti dei cavoli, alla solanina della patata, alla durrina del sorgo, alle lectine dei fagioli, alla latirina della cicerchia, agli allergeni di soia e kiwi), i consumatori non vengono informati che la maggior parte degli incidenti alimentari deriva da una cattiva conservazione casalinga degli alimenti.

    In questo momento storico è pertanto importante riaffermare che la ricerca di nuove conoscenze è inerente alla natura umana e che i rischi del progresso non derivano dal sapere  ma dal potere che esso conferisce. Di fronte alle nuove inquietudini bisogna ricordare che la genetica e le sue applicazioni biotecnologiche non sono un nuovo determinismo che racchiude l’uomo in un destino fisiologico, psicologico ed economico precostituito, ma un nuovo e valido strumento per assolvere all’obbligo di garantire alle nuove generazioni quel progresso economico e sociale che le generazioni dello scorso secolo hanno realizzato a nostro favore.

    I prodotti tipici della nostra tradizione agricola e culinaria sono frutto delle innovazioni realizzate in campo genetico e tecnologico negli anni passati, soprattutto nell’ultimo secolo (Lorenzo il Magnifico non conosceva la polenta taragna, le trenette al pesto o le melanzane alla parmigiana!). Per merito di queste innovazioni, sono aumentate le produzioni medie per ettaro di tutte le principali colture (50 anni fa, da un ettaro si ottenevano 15 quintali di mais, rispetto ai 100 quintali attuali) fornendo cibo a sufficienza ad una popolazione afflitta dalla pellagra e dalla tubercolosi da denutrizione o malnutrizione. Ma soprattutto queste innovazioni hanno garantito la sanità e salubrità degli alimenti e hanno esteso oltre ogni misura conosciuta la varietà degli alimenti e la loro accessibilità. Questo processo innovativo non deve essere arrestato, pena il rapido declino della nostra filiera agro-industriale.

    La valorizzazione dei prodotti tipici o tradizionali è un processo continuo che si basa principalmente sulla ricerca genetica e tecnologica, oltre che sulla promozione di mercato. Il parmigiano reggiano ed i vini  DOC che esportiamo in tutto il mondo sono migliori di quelli che producevamo in minor quantità solo pochi decenni fa e ciò è frutto di innovazione tecnologica e genetica. Molte varietà o razze mediterranee sono già scomparse o rischiano di scomparire, altre hanno un mercato limitato perché poco produttive o particolarmente suscettibili a stress biologici o pedoclimatici. Nuove o più aggressive malattie (si pensi al “colpo di fuoco ” o allo scopazzo del melo), insidiano importanti o storiche varietà di interesse agrario,  mentre graduali cambiamenti climatici fanno crescere la siccità e la salinità dei suoli, in un processo di desertificazione che contribuisce ad allontanare le popolazioni dai campi, soprattutto in Puglia e Sicilia.

    Le biotecnologie e la transgenesi vegetale promettono, tra le altre cose, migliori condizioni di produzione, maggiore produttività, maggiore rispetto dell’ambiente, pratiche agronomiche semplificate e prodotti agricoli più sani e nutrienti. Esse contribuiranno significativamente al miglioramento dell’agricoltura e dell’agroindustria, agendo come uno strumento complementare delle tecniche classiche di miglioramento genetico. Non apporteranno benefici ovunque, per tutti e ad ogni costo, ma stanno trovando la loro collocazione progressivamente, consapevolmente e compatibilmente con gli attuali metodi di produzione e trasformazione.

    Purtroppo, in questo momento gli agricoltori, alcuni operatori della filiera agroalimentare e i consumatori in generale, non sono informati sufficientemente e correttamente. E non sono consapevoli  delle  opportunità che le biotecnologie possono offrire per avere una agricoltura pulita (con minor inquinanti di prodotti tossici) e una  alimentazione sana e di qualità. Senza alcun rispetto per la ragionevolezza, le stesse biotecnologie applicate con successo e sicurezza in campo medico e farmaceutico vengono presentate come pericolose e dannose in campo agricolo e alimentare. Mentre alcuni miliardi di uomini, donne e bambini che quotidianamente consumano alimenti transgenici, vengono descritti come inconsapevolmente condannati ad un destino segnato da allergie, intolleranze alimentari e danni ambientali irreversibili, si promuovono politiche agroindustriali di retroguardia in cui il recupero di antiche varietà e di pratiche agricole e industriali abbandonate,  dovrebbe svolgere un ruolo innovativo.
 
    In un mercato condizionato dall’informazione, chi è in grado di orientare l’informazione stessa gode di un indubbio vantaggio e può sfruttare un’asimmetria informativa per condizionare lo sviluppo economico e sociale di  intere comunità. Se si ricorre alla disinformazione o alla reticenza si può anche rallentare un processo innovativo, ma non si è in grado di arrestare il progresso tecnologico a livello globale.


6. Il ruolo delle istituzioni pubbliche
    L’Europa, finora esitante nel campo delle biotecnologie, si trova ad affrontare una scelta strategica di grande importanza: o accettare un ruolo passivo e sopportare le conseguenze dello sviluppo di queste tecnologie in un crescente numero di paesi, oppure definire strategie attive, coerenti con i valori e gli  standard europei.

    Nel documento sulle biotecnologie e la qualità della vita del 29.1.2002, la Commissione delle Comunità Europee propone una strategia politica, basata su dati scientifici e finalizzata agli interessi dei cittadini. Si tratta di una strategia integrata che permette all’Europa di trarre vantaggio dal potenziale positivo delle biotecnologie e di garantirne un controllo responsabile. La Commissione propone inoltre un “piano di azioni” con misure concrete che riguardano la formazione, la ricerca, le competenze amministrative e pubbliche, lo sfruttamento della proprietà intellettuale, l’industria biotecnologica, la gestione delle informazioni biotecnologiche, la normativa e i rapporti internazionali. Di particolare rilievo appaiono le azioni volte ad avviare un dialogo integrale, approfondito, strutturato, aperto a tutti i soggetti interessati. Si punta a promuovere una maggior conoscenza dei fondamentali paradigmi scientifici alla base del controllo normativo quali l’incertezza scientifica, l’assenza di rischio zero, i rischi comparativi  e la continua evoluzione della scienza. La Commissione infine intende incoraggiare i dibattiti pubblici sulle biotecnologie tra scienziati, industrie e società civile coinvolgendo specifici gruppi di interesse.

    Il parlamento ed il governo italiano dovranno presto esprimersi sulla strategia europea per le biotecnologi, sul “piano di azioni” e, più in particolare, sul recepimento della direttiva 2001/18. Questa direttiva, recependo le definizioni del legislatore comunitario, dovrebbe consentire di rompere il blocco determinato dalla moratoria in atto dal 1999 e riavviare le procedure per l’autorizzazione all’immissione in commercio degli OGM, pur mantenendo la clausola di salvaguardia (articolo 23) che consente agli Stati membri, sulla base di nuove evidenze scientifiche di pericolosità d’uso, di limitare o vietare l’uso o la vendita nel proprio territorio di un prodotto autorizzato dalla Commissione. Il quadro normativo comunitario sta evolvendo verso una significativa apertura rispetto al passato, prevedendo soglie di tolleranza per la presenza fortuita di materiale transgenico nei prodotti commerciali, sementi incluse, al di sopra delle quali diventa obbligatoria l’etichettatura dei prodotti stessi.
 
    Come abbiamo sottolineato precedentemente, questo panorama europeo di apertura verso gli OGM contrasta nettamente con la decisione adottata dal MiPAF di mantenere la cosiddetta “soglia di tolleranza zero” per la presenza accidentale di semente transgenica. I dati disponibili indicano una presenza minima ma assai diffusa di materiale transgenico nei lotti di mais analizzati, lotti peraltro già seminati. Poco si sa invece sulle sementi di soia che in gran parte vengono introdotte in Italia già confezionate e certificate. Rimane il fatto che qualora i dati siano anche solo in parte confermati, un problema esclusivamente sementiero è diventato ormai un problema agricolo, ambientale ed industriale di cui occorre informare gli operatori della filiera agroalimentare e i cittadini. Questi infatti chiedono informazioni corrette, nonché regole chiare e praticabili e le istituzioni pubbliche sono chiamate a rispondere con interventi efficaci e lungimiranti.








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