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AGRO-BIOTECNOLOGIE
PER UNA AGRICOLTURA DI QUALITA’
E PER LA QUALITA’ DEI PRODOTTI
DELL’AGRO-INDUSTRIA


La Società Italiana di Genetica Agraria, associazione “no-profit” che raccoglie oltre 400 ricercatori di Enti di ricerca italiani, operanti principalmente nelle Università, nel CNR, nell’ENEA, nel Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, ritiene importante rendere pubblica la propria posizione a proposito del dibattito oggi in corso sull’accettabilità e sull’impatto dei prodotti delle agro-biotecnologie.

Negli ultimi anni, i mezzi di comunicazione hanno enfatizzato le preoccupazioni del pubblico riguardo presunte conseguenze sull’ambiente e sulla salute delle persone e degli animali derivanti dalla coltivazione e dal consumo di piante geneticamente modificate (PGM).

Peraltro, una ricerca commissionata dall’EC (Public Perceptions of Agricultural Biotechnologies in Europe) ha rivelato che in Europa (Italia inclusa) l’atteggiamento negativo nei confronti delle PGM è dovuto ad una più generale sfiducia da parte dell’opinione pubblica nella capacità degli organi preposti ad affrontare e gestire problemi correlati all’introduzione di prodotti “nuovi”, in particolare a fronteggiare gli eventuali pericoli che potrebbero derivare dal loro uso, accanto a sfiducia nella ricerca scientifica applicata alle tec-nologie avanzate in campo biologico, soprattutto in quello agro-alimentare.

Purtroppo dobbiamo costatare che anche da parte degli organi di Governo è spesso condiviso questo atteggiamento di diffidenza nei confronti della ricerca scientifica in tale ambito. Le problematiche relative alle PGM sono spesso affrontate in modo generalizzato, mentre una sistematica valutazione “caso per caso” dei potenziali rischi e dei presunti benefici non è stata in concreto mai adottata nè dagli organi di controllo nè da quelli di programmazione.

Premesso questo, riteniamo importante che siano rese pubbliche le riflessioni e la posizione di questa Società in merito all’odierno dibattito sulle agro-biotecnologie vegetali.


1. Patrimonio genetico delle piante attualmente in produzione
Vale anzitutto la pena di chiarire definitivamente che tutti i vegetali che oggi consumiamo sono stati geneticamente modificati dall’uomo in modo estensivo nel corso di una millenaria pratica agricola, inizialmente applicata in modo empirico e poi sempre più mirata alla selezione di piante più produttive e di migliore qualità.

Infatti, a partire da 10.000 anni fa, il processo di conversione di piante selvatiche in piante coltivate ha comportato lo sfruttamento per la selezione di mutanti comparsi spontaneamente: ad esempio, oggi sappiamo che il cavolfiore è un “tumore vegetale” derivato da una mutazione spontanea e selezionato empiricamente per l’alimentazione.

Ma dall’inizio del ventesimo secolo le piante coltivate sono state migliorate con l’applicazione delle conoscenze scientifiche: l’avvento della genetica ha consentito di mettere a punto piani di selezione basati su un preciso disegno di incroci, al fine di ottenere nuove varietà più produttive e meglio adatte all’ambiente di coltivazione, sempre impiegando mutazioni spontanee intervenute nelle specie selvatiche ed in quelle coltivate.
 
In seguito, già intorno al 1950, i genetisti cominciarono a sperimentare ibridazioni tra specie diverse: il Triticale, un importante cereale, è stato prodotto in questo modo dopo incrocio tra grano e segale, mentre negli anni ‘60 furono utilizzati metodi di produzione di mutanti attraverso l’impiego di mutageni fisici o chimici per produrre nuove varianti genetiche, tra le quali scegliere quelle con caratteristiche agronomiche e nutrizionali vantaggiose.

Il miglioramento genetico tradizionale, assieme al miglioramento delle tecniche di coltivazione, ha consentito di ottenere negli ultimi 100 anni (e in modo particolare negli ultimi 50) continui aumenti nei livelli di produttività e nella qualità dei prodotti, ma ciò ha comportato che le specie attualmente coltivate non hanno più molte somiglianze con quelle da cui sono state derivate: il loro patrimonio genetico è stato profondamente modificato dall’intervento dell’uomo.

Di conseguenza:

- definire una varietà “naturale”, almeno nell’accezione che il pubblico dà a questo concetto, è un’inesattezza, in quanto le varietà attualmente in produzione rappresentano il prodotto di centinaia se non migliaia di anni di selezione delle popolazioni spontanee;

- i prodotti oggi definiti “di qualità” non sono “naturali” ma sono anch'essi il risultato di profonde modificazioni genetiche condotte ad arte dagli allevatori vegetali.

- i cosiddetti prodotti “tipici” (come ad esempio il pomodoro) non sono esclusivamente di origine italiana, ma sono stati importati da altri Paesi ed il loro patrimonio genetico attuale è stato costruito attraverso il lungo processo di miglioramento genetico sopra descritto.


2. Considerazioni sull’ingegneria genetica
Lo sviluppo dell’ingegneria genetica, che permette l’isolamento di un singolo gene, la valutazione della sua funzione ed il suo trasferimento a differenti varietà, costituisce la soluzione scientifica teoricamente ottimale da affiancare al miglioramento genetico classico per superare difficoltà non risolvibili attraverso le metodologie tradizionali. Infatti, qualora si desideri modificare genotipi affermati, varietà di “elite”, che con l’incrocio perderebbero le proprie caratteristiche, l’introduzione mirata di un singolo carattere utile, ad esempio una resistenza, consentirebbe di migliorare il genotipo di interesse, lasciando inalterate tutte le altre caratteristiche della pianta.

Va ricordato che la pianta modificata attraverso il miglioramento genetico tradizionale contiene geni (più precisamente, alleli) diversi, che esprimono proteine diverse rispetto ai parentali e, oltre al gene di interesse, può portare anche geni non desiderabili. Solo in seguito a molte generazioni di reincrocio è possibile rimuovere la maggior parte dei geni non desiderati dal genoma ottenuto con l’incrocio; tuttavia non sempre è possibile rimuoverli tutti e soprattutto non è possibile conoscere quali. La pianta modificata attraverso trasferimento genico diretto , al contrario, contiene gli stessi geni della pianta da migliorare, tranne quello trasferito: dunque esprime le stesse proteine della pianta parentale, tranne una. Questo aspetto è particolarmente rilevante quando si desideri mantenere la tipicità di varietà locali che sono state selezionate pazientemente nel tempo dall’uomo, sia per caratteristiche qualitative che per capacità di adattamento ad un determinato ambiente.

 
3. Rischi
3.1. Per l’ambiente
Il flusso genico (gene flow) nell’ambiente avviene per tutte le piante, transgeniche e non, mediante dispersione del polline (o dei semi) e rappresenta un’importante fonte di variabilità genetica su cui si è basata l’evoluzione. Vale la pena rilevare che questo è un evento frequente: molte piante coltivate hanno un sistema di impol-linazione che consente, se non addirittura obbliga, l’incrocio (come il mais, molti fruttiferi, etc.). In altri termini, è una norma e non l’eccezione che polline di varietà differenti coltivate su campi limitrofi scambino i geni delle rispettive varietà, senza che ciò costituisca un rischio nè per il consumatore nè per l’allevatore.

Per quanto riguarda il rilascio ambientale di PGM, il livello di imprevedibilità che lo caratterizza dipende dalla specie in oggetto, dai geni inseriti e dalle caratteristiche del territorio. Nel caso di PGM in cui il gene inserito proviene da specie interfeconde o affini, il livello di imprevedibilità non è diverso da quello atteso nel caso in cui il trasferimento genico avvenga per incrocio genetico classico.

In caso di inserimento di geni provenienti da organismi tassonomicamente non vicini, invece, il livello di imprevedibilità potrebbe essere maggiore.

Ci si deve quindi chiedere, caso per caso, quanto è probabile che un transgene passi stabilmente a una popolazione naturale e, in tal caso, quando la cosa è preoccupante?

A titolo esemplificativo si possono ipotizzare diversi livelli di rischio; rischio nullo: PGM il cui polline non è in grado di trasferire il gene esogeno introdotto (es. piante maschio-sterili o non recanti transgeni nel genoma del polline); rischio basso : PGM in cui è stato inserito un gene proveniente da varietà della stessa specie (es. pomodoro PGM arricchito in licopene, sostanza già prodotta in pomodoro dai geni già presenti in questa specie) oppure PGM in cui è stato inserito un gene proveniente da specie diverse ma coltivato in zone dove non esistono specie selvatiche interfeconde (es. mais per la resistenza ad erbicidi coltivato in Europa dove non esistono specie selvatiche interfeconde); rischio medio: PGM in cui è stato inserito un gene proveniente da specie diverse, che non dia un vantaggio selettivo, rilasciate in ambienti dove esistono specie selvatiche interfeconde (es. colza per la sovrapproduzione di olio coltivata in Europa); rischio alto: PGM in cui è stato inserito un gene proveniente da specie diverse, che dia un vantaggio selettivo, rilasciate in ambienti dove esistono specie selvatiche interfeconde (es. colza resistente agli erbicidi coltivata in Europa).
 
E’ da notare che i rischi legati al flusso genico non sono limitati alle PGM. Infatti il trasferimento non voluto di resistenza ad erbicidi da una pianta coltivata ad un’infestante è un evento dannoso, sia se quest’ultima è stata prodotta per incrocio, sia se essa derivi da trasferimento diretto; in proposito è importante ricordare che negli anni ’80 la resistenza all’atrazina si è diffusa in varie specie di infestanti attraverso il passaggio ad esse di un gene di resistenza inserito nelle piante coltivate mediante miglioramento genetico tradizionale.

Oggi è disponibile una notevole quantità di dati relativi ai possibili effetti del gene flow. Un recente rapporto della Comunità Europea, riassumendo i risultati di una ricerca sulla biosicurezza delle piante transgeniche durata 15 anni (70 milioni di euro, 400 gruppi di ricerca), conclude (per accuratezza dell’informazione il testo è riportato nella lingua in cui è stato compilato): “Research on the GM plants and derived products so far developed and marketed, following usual risk assessment procedures, has not shown any new risk to human health or the environment, beyond the usual uncertainties of conventional plant breeding. Indeed, the use of more precise technology and the greater regulatory scrutiny probably make them even safer than conventional plants and foods; and if there are unforeseen environmental effects – none have appeared as yet – these should be rapidly detected by our monitoring requirements. On the other hand, the benefits of these plants and products for human health and the environment become increasingly clear”
 (http://biosociety.dms.it/Home_News.shtm).
 
Sempre a proposito di impatto ambientale, il timore che le PGM possano prendere il sopravvento sulle piante “normali”, colonizzandone gli habitat naturali, è stato ridimensionato da uno studio condotto su quattro specie (colza, patata, mais e barbabietola da zucchero) fatte crescere in 12 differenti località per 10 anni. Questo studio ha dimostrato che in nessun caso le piante GM sono risultate più invasive o più persistenti delle loro controparti convenzionali (Crowley et al, Nature 2001).

3.2 Per la salute
Esistono tecniche ormai consolidate che permettono di valutare con accuratezza ogni singola PGM; in particolare, sono in corso di sviluppo, su varie specie coltivate, sistemi d’analisi che consentono di verificare quali geni nel genoma cambiano la loro espressione in seguito all’inserimento del transgene e, analizzando un profilo metabolico, confrontare i metaboliti prodotti dalle piante transgenica rispetto a quelle originali non transgeniche. In ogni modo ricerche condotte in laboratori indipendenti dalle Ditte o da altri Enti detentori delle varietà GM e pubblicate su riviste internazionali di nuovo non evidenziano alterazioni superiori a quelle attese dall’espressione del transgene, anzi: la variazione dell’espressione del genoma della singola PGM è notevolmente inferiore a quanto rilevabile dopo incrocio. Paradossalmente, varietà vegetali oggi accettate e quelle che stanno per entrare in commercio non avrebbero i necessari requisiti di sicurezza, se paragonate alle relative PGM! Di nuovo, una valutazione caso per caso deve considerare il rapporto costo/beneficio della manipolazione genetica (es.: un minor uso di fitofarmaci, la produzione di sostanze utili dal punto di vista salutistico).

Un’apprensione percepita a livello del grande pubblico è legata all’interrogativo: cosa potrà accadere a lungo termine?

Per quanto riguarda gli effetti del flusso genico sulla sorte di un transgene nell’ambiente, come sopra menzionato, sono già disponibili dati sperimentali, e previsioni a più lungo termine possono essere fatte in conformità a modelli matematici e statistici, applicati a processi di simulazione computerizzati. Si tratta di modelli messi a punto per studi di genetica di popolazioni, ampiamente collaudati.

Il monitoraggio a lungo termine dei rischi per la salute di alimenti GM, invece, non è in genere necessario, né fattibile. Non necessario perché non esiste nessuna evidenza scientifica, o anche una semplice ipotesi, che suggerisca un possibile danno a lungo termine per questi alimenti. D’altro canto, è tecnicamente impossibile seguire gli effetti sulla salute degli alimenti GM separatamente da quelli delle loro controparti tradizionali (Report on GENETICALLY MODIFIED FOODS by United States General Accounting Office – GAO). Infine, esistono leggi e protocolli sperimentali adottati per l’immissione sul mercato di prodotti farmaceutici, che in ogni caso indicano dei limiti temporali alla sperimentazione.


4. Valutazione del prodotto
Sembra che troppo spesso sia considerato rischioso il metodo di modificazione genetica per se stesso, invece del prodotto ottenuto con detto metodo . La SIGA ritiene che è proprio il prodotto ciò che deve essere accuratamente valutato, mediante opportune metodiche, per saggiarne, caso per caso, la sicurezza, indipendentemente da come sia stato ottenuto, come d’altra parte è fatto ad esempio in farmacologia, dove il farmaco è saggiato per la sua ef-ficacia e sicurezza, e non in base al metodo adottato per il suo ottenimento.

Come si evince da quanto detto sopra, tutte le modificazioni genetiche hanno un grado più o meno alto di imprevedibilità . Il risultato di un incrocio fa sì che nello stesso genoma vengano a trovarsi combinazioni alleliche nuove, i cui effetti fenotipici non sono completamente prevedibili. Gli effetti della mutagenesi o della variazione somaclonale sono del tutto imprevedibili, in quanto la variabilità prodotta è casuale. Anche il risultato dell’ibridazione interspecifica è aleatorio: in qualche caso il risultato dell’ibridazione è costituito da una pianta che assomma le caratteristiche favorevoli dei parentali, ma non sempre. Ad esempio, uno dei primi tentativi in tal senso si proponeva di ottenere un ibrido tra il cavolo e il rafano, che avesse la radice del rafano e la parte epigea del cavolo, pianta quindi edibile in tutte la sue parti. Purtroppo il risultato, la Rafanobrassica , fu una pianta con la radice del cavolo e la parte aerea del rafano, quindi, al contrario di quella desiderata, in pratica inutilizzabile in ogni sua parte.

Per quanto detto, la valutazione di un prodotto può e deve essere fatta, in tutti i casi solo a posteriori.


5. Biodiversità
Un rischio spesso paventato è che gli OGM portino ad un’erosione della biodiversità delle piante coltivate.

In realtà questo preoccupante fenomeno ha cause diverse ed è da attribuirsi al consolidamento dell’attuale pratica agricola e commerciale, per cui soltanto poche specie di interesse agrario sono estensivamente coltivate, mentre tutte le altre, ignorate, rischiano l’estinzione. Non a caso, sono istituite in varie parti del globo collezioni di germoplasma per le diverse specie. In quest’ambito, proprio le biotecnologie possono offrire strumenti per aiutare a mantenere la biodiversità conservando le specie a rischio.


6. Rapporto tra l’agricoltura biologica e le biotecnologie.
Spesso i prodotti dell’agricoltura biologica sono contrapposti ai prodotti delle PGM. Se questo è il punto di vista espresso da specifiche normative, non è però corretto dal punto di vista biologico, poiché PGM con caratteristiche mirate potrebbero essere proprio i candidati ideali per questo tipo di agricoltura. Infatti, solo piante dotate di resistenze ai principali stress, in particolare biotici, possono consentire di evitare le perdite di produzione determinate dai patogeni e di ridurre i rischi legati alla produzione di tossine e aflatossine da parte dei patogeni stessi. Inoltre, l’utilizzo di opportune PGM consentirebbe di ottimizzare l’uso delle aree coltivate, problema rilevante nel mondo, Italia compresa.

In ogni caso, l’opportunità di disporre dei diversi tipi di prodotti agricoli è ampiamente recepita. Un recente documento della EC (17 Maggio 2002) riporta i risultati di uno studio coordinato dalla JRC (Joint Research Centre, Agriculture Directorate-General) sulla coesistenza delle piante GM con quelle convenzionali e “biologiche”. Esso afferma il principio della libertà di scelta per gli operatori economici di applicare sistemi diversi di produzione agricola: sistemi convenzionali che includono PGM, sistemi convenzionali che non impiegano PGM e sistemi di agricoltura biologica che usano solo piante non-GM. Lo studio aveva il fine di stimare i livelli di presenza di PGM “avventizie” in coltivazioni non-GM, proporre pratiche agricole che possano minimizzare questo fenomeno, sviluppare possibili sistemi di monitoraggio e stimare i costi relativi.
 

7. Biotecnologie e ricerca
L’agricoltura si origina da un lento e continuo lavoro di sperimentazione e ricerca, un tempo inconsapevole, oggi organizzato e codificato come tale. I progressi ottenuti sono stati possibili proprio per la natura libera e creativa della ricerca (una ricerca indirizzata e finalizzata mai avrebbe indagato sul meccanismi biologici che determinano il colore del seme di pisello, come fece Mendel, in quanto piselli gialli e verdi sono entrambi commestibili).

Da alcuni anni la ricerca in Italia è soggetta a molteplici restrizioni: l’esigenza di risultati a breve termine e di conseguenza la disponibilità di finanziamenti mirati, che impedisce l’indagine libera, la percezione pubblica negativa, il controllo brevettuale della conoscenza che impedisce il libero circolare delle idee e lo sfruttamento completo delle acquisizioni scientifiche. Questo porta gravi conseguenze. Anzitutto è dalla ricerca pubblica, non condizionata da interessi industriali, che ci si aspetta un’informazione attendibile e disponibile a tutti. Inoltre la ricerca pubblica italiana sarà sempre più condizionata da quella, pubblica e privata, di altri concorrenti presenti sul mercato internazionale.

Per esaltare specificità, competitività ed eccellenza della ricerca italiana nel settore della genetica vegetale è auspicabile che siano rilanciati Piani finanziari di ricerca che, oltre allo sviluppo di piattaforme tecnologiche necessarie per lo sviluppo delle biotecnologie in campo agro-alimentare ed agro-industriale, puntino a prodotti biotecnologici "sostenibili", cioè ad effetto positivo per la salute, per l'ambiente e per la produzione di qualità, in coerenza per i prodotti agricoli con il nostro modello di agricoltura.


8. Perché PGM e non solo PGM
L’utilizzo delle PGM nel miglioramento genetico non preclude l’adozione delle metodologie tradizionali, ma anzi deve essere visto come un ulteriore strumento a disposizione della ricerca, del mondo produttivo, della collettività per affrontare problematiche di sempre più difficile soluzione: l’aumento della popolazione, la necessità di ridurre l’estensione del suolo agricolo per destinarlo a forestazione ed a aree di salvaguardia della wildlife, l’esigenza di produzioni di sempre maggiore qualità nel rispetto dell’ambiente e dell’eticità della produzione.
 
Rifiutare uno strumento con così grandi potenzialità senza altre motivazioni che un’immotivata insicurezza potrebbe essere una scelta assurda per il nostro Paese.






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